Rilevanza psichiatrica dell’opporsi all’abbreviazione dei termini di prescrizione dei reati, ipocrisia e conservatorismo consumistico dei comunisti e di Bertinotti, e legame fra magistratura e centro destra.

Rilevanza psichiatrica dell’opporsi all’abbreviazione dei termini di prescrizione dei reati, ipocrisia e conservatorismo consumistico dei comunisti e di Bertinotti, e legame fra magistratura e centro destra.

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Sindrome confusionale da angoscia di perdere lo status quo dietro certi “orientamenti” giurisprudenziali in tema di equo indennizzo per la durata eccessiva dei processi specie in relazione, a Roma, alle illegittime ed infondate quanto sistematiche condanne alle spese dei ricorrenti, che realizzano di fatto, quali che siano le intenzioni, una forma di intimidazione che rende non effettivo il ricorso ex legge Pinto, non sussistendo traccia di detta pratica nella giurisprudenza europea e nella CEDU.

Radicamento dell’impotenza della pubblica autorità – di fronte agli eccessi criminali di Scampia, come alle minori ma emblematiche anomalie di via Sermoneta – nel fatto che, alla vecchia idea del potere inteso come un comandare che è meglio del fottere, non si è ancora sostituita una cultura del dirigere inteso come lavoro.

Eziologia psicotica e residualità fascista dell’uso generalizzato della strategia dei ritardi e della mancanza di terzietà dell’attuale politica e giurisdizione.

Eziologia psicotica e residualità fascista dell’uso gene mancanza di terzietà dell’attuale politica e giurisdizione.

Quanti mai pellegrini, dame, cavalieri, e poi fattori e contadini, nei secoli della decadenza, erano spirati in un letto sito esattamente dov’era il mio durante i quasi mille anni della “Magione”, una Magione Templare?

Non era infatti il mio letto in quella stanza nell’unica posizione possibile? Con la testata poggiata alla sola parete libera, fra le altre tre occupate dalla porta e dalle finestre?

E quanti erano i morti seppelliti sul poggio intorno all’edificio? O lì in fondo, nella zona piana dove è ora il campo dei cavalli? O sotto al pavimento del pian terreno? Ero a letto in camera mia, in quella silente, gelida notte illune, lontano da ogni presenza umana, nel bel mezzo dei mille solitari, selvaggi ettari di boschi e di campi della mia tenuta di Frosini, popolati solo da cinghiali, daini, caprioli, schive lepri, ed anche da qualche lupo che, a peggiorare le cose, proprio in quel cupo frangente, lì, a ventidue chilometri da Siena, chissà dove tra le querce, levava a tratti lugubre il suo lamento.

Avevo preso una carabina dalla rastrelliera ed una manciata di proiettili, ma mi rincuorava poco giacché la mia paura, come sempre durante l’ormai lungo corso della mia vita, non era dei vivi ma dei morti, dei fantasmi: una paura che, a cinquantacinque anni, quanti ne avevo allora, due anni fa, così come a cinque, mi aveva sempre accompagnato.

La mia consapevolezza del modo di formazione del pensiero avrebbe dovuto farmene capire da tempo il motivo, ma la verità era che custodivo quella paura come una preziosa espressione del sussistere ancora dentro di me di un patrimonio di sentimenti e di emozioni acquisito, un attimo prima che sparisse, nella mia infanzia nel mondo contadino e popolare di San Giovanni in Fiore, dove sono nato, e poi di Palma Campania, dove sono vissuto dai cinque ai nove anni, prima di trasferirmi a Napoli, dov’era iniziata la fase “moderna” (consumistica) della mia vita.

Sennonché, non so se perché da ultimo mi disturbava troppo, o se perché avevo iniziato a dubitare della sua reale utilità ai fini della conservazione di quell’emozionalità a cui tenevo tanto, rivolsi quella volta l’indagine più nel profondo e mi dissi quanto avevo evitato di dirmi fino ad allora: quella paura era l’espressione di una patologia intellettuale: una forma, sia pure specifica e circoscritta, di autentica psicosi.

In quello stesso momento mi tranquillizzai, anche se ci vollero diversi mesi prima che la paura diminuisse veramente, perché quelle che in “La storia di Giovanni e Margherita” ho definito “forme del conoscere” (idee, sentimenti, pulsioni, ecc.) sono disseminate in ogni dove nello sterminato territorio della mente, sicché, quando ne viene introdotta una nuova ha bisogno di tempo per interagire con l’enorme numero di quelle preesistenti; ed il più delle volte l’interazione dà risultati incompleti, come nel caso della mia paura dei fantasmi, ormai cessata, ma non del tutto.

Che significa tutto ciò?

Significa che un uomo, una nazione, l’intero genere umano, può cambiare in un sol momento guarendo dalla sua pazzia anche se essa investe, non singoli aspetti della sua psiche, ma il suo intero sistema mentale.

Per cambiare ha però bisogno di giungere, attraverso l’analisi e l’onestà intellettuale, a nuove forme del conoscere rispetto a tutto quanto già sa, perché altrimenti, a qualunque livello porti la sua finzione di essere cambiato, non cambierà mai.

Un giungere a nuove forme del conoscere rispetto a tutto quanto già si sa che è difficile, perché per l’individuo la verità è semplicemente ciò che è funzionale all’attuazione dei suoi desideri, e le sue forme del conoscere sono legate al suo naturale disimpegno, che è una delle cinque pulsioni fondamentali (sopravvivere, svilupparsi, riconoscere, essere riconosciuti, raggiungere il massimo del risultato con il minimo dell’impegno).

Per questo, ed eccoci al punto, l’Italia, oltre ad essere psicotica come lo è ormai tutto il mondo per effetto delle aberrazioni conseguenti al consumismo, non è riuscita a liberarsi nemmeno solo del fascismo, che contribuisce così anch’esso alle vigenti forme di cretinaggine, che è cosa diversa dalla stupidità, come vedremo di seguito. Cretinaggine purtroppo di maggioranza, benché fortunatamente non collettiva.

Poiché infatti anche il post fascismo è sempre stato caratterizzato da un modesto coefficiente di onestà intellettuale (sembra, per cominciare, che tutti fossero antifascisti), non ha mai prodotto quel giungere a nuove forme del conoscere rispetto a tutto quanto già si sa indispensabile per poter cambiare.

Un fascismo che, a causa dell’evoluzione tecnologica, della democratizzazione dovuta ai mezzi di informazione eccetera, ha subito molti cambiamenti sostanziali, ma non è stato superato nell’essenza.

Un mancato superamento delle vecchie culture (per cultura intendo il modo che gli uomini mediano di dover avere in comune nel vedere la realtà) che ha riguardato tutto il mondo, ed è il motivo tecnico dell’impossibilità, allo stato, di uscire dalla crisi in cui l’umanità è precipitata, perché le tipologie di aggregazioni e di culture vigenti sono strutturalmente inidonee ad affrontare problemi di vastità planetaria.

Si tratta infatti di aggregazioni e culture basate al massimo sul concetto di Stato, o di federazione di Stati, o di razza, o di nazione, o di religione, o su aggregazioni vaste quanto si vuole per il perseguimento di obiettivi specifici, ma giammai su un’idea unitaria del mondo in rapporto alle problematiche che appunto nella sua unitaria totalità lo possono annientare.

Posto cioè che l’intelligenza è la capacità di svilupparsi passando attraverso lo sviluppo degli altri, è giocoforza intendere oggi per “altri” l’intero genere umano, e non più un contesto variabile fra la famiglia e la nazione, o a limite l’Europa, l’Occidente e così via.

A parte poi che ciò che domina oggi le società non è l’intelligenza, ma ancora la vecchia furberia, che, consistendo nella tendenza a svilupparsi prevaricando gli altri, si configura ormai come una forma di sempre più ingestibile stupidità e/o cretinaggine (ripeto che vedremo di seguito la differenza), ed alimenta una crescente contraddittorietà e malessere.

Ciò soprattutto a causa del consumismo (tendenza a subordinare l’uomo alle logiche produttive anziché le logiche produttive all’uomo), che, fra le tantissime e tutte orrende altre cose, costituisce un errore culturale al quale sono poi seguiti altri errori ed enormi sistemi di errori interrelati che hanno reso patologica la confusione.

Insomma, una simulazione, una mistificazione sia pure eterna, non provoca in eterno alcuna evoluzione.

Ciò premesso, cessata qui questa analisi per motivi di spazio (è ampiamente svolta nei miei libri), veniamo all’attuale momento politico italiano.

Berlusconi è anch’egli caratterizzato, oltre che da un alto coefficiente di desueta furberia, da un vero e proprio terrore dell’intelligenza degli altri.

Non è tuttavia migliore o peggiore dei suoi alleati o avversari che, come lui e come tutti, dall’estrema destra all’estrema sinistra, non vogliono altro che un po’ di successo e di benessere personale, ma non sono dei politici perché lo vogliono qualunque cosa debba costare alla società.

Più in particolare, a partire ad esempio da Bertinotti che, per volgari calcoli elettorali, vaneggia ora addirittura di abolizione della proprietà privata, essi non sono dei politici perché non lottano per cambiare il sistema, ma per appropriarsi di frammenti di esso più o meno vasti, e sono tutti d’accordo sui “principi”, nemmeno uno escluso. E stiamo parlando dei “principi” del consumismo, ovvero “principi” che stanno distruggendo il mondo.

Una situazione in cui risulta ben più odioso Bertinotti che Berlusconi, il quale è sì portatore di logiche da sconfiggere, ma fa almeno il suo orribile mestiere apertamente e con una sia pure insana convinzione, mentre Bertinotti esercita nei suoi confronti un disprezzo finto e demagogico, giacché in realtà lo invidia ed ambisce a conquistar almeno delle briciole delle sue prerogative.

Né Bertinotti né la sinistra in generale, infatti, hanno mai detto una parola rivolta a realizzare la fine dell’asservimento dell’uomo alle logiche produttive, lottando essi, al contrario, proprio per conquistare l’elettorato più debole e meno abbiente mediante la promessa di una migliore integrazione nel consumismo.

Quanto poi all’invidia, uno dei problemi che Berlusconi ha generato per l’invidia che suscita nei suoi avversari è la tendenza in loro a confondere la politica con ciò che può nuocergli.

Ecco così, ad esempio, che dai tempi di Berlusconi non c’è più stata un’amnistia, nonostante esse costituissero in precedenza un correttivo continuamente utilizzato in quanto reso necessario da una giurisdizione che è una delle principali cause del guasto del paese, perché, pur di non mettere in discussione i suoi privilegi, specie in passato notevoli, ha sempre esercitato la sua funzione in funzione di essi.

Una delle principali cause del guasto del paese perché, come ho scritto per anni sull’intestazione dei miei atti giudiziari: “Se la civiltà è figlia del controllo la disfunzione della giustizia è necessariamente la madre dell’attuale stato delle cose”.

Dal che deriva l’indispensabilità per il regime della collusione senza soluzioni di continuità fra la magistratura e tutta la politica, a prescindere che sia di destra, di sinistra o di centro.

Destra, o meglio centro destra, disturbato sì dai processi che la magistratura imbastisce ai suoi capi per evidenti fini di potere e di controllo, ma che in realtà prospera e può prosperare solo all’ombra della disfunzione della giustizia, che, se funzionasse, manderebbe a gambe all’aria, non questo o quel partito, ma, finalmente, l’attuale stadio della politica in generale.

Una magistratura che, invece, in preda ad una vera e propria sindrome confusionale da angoscia di perdere lo status quo, e terrorizzata com’è da ogni avvisaglia di modernizzazione, lotta tragicomicamente per sostenere la bontà del fatto che i processi, prima di potersi prescrivere, debbano durare 15 anni piuttosto che 10, o 10 piuttosto che 7, e così via.

Uomini che hanno perso il controllo al punto di dimenticare finanche che, pur con i termini abbreviati, i processi avrebbero una durata almeno doppia di quella considerata ragionevole in base alla legge Pinto ed alla normativa e giurisprudenza nazionale ed europea, sicché continuerebbero a sussistere ogni volta le condizioni per la condanna dell’Italia per la durata irragionevole dei processi.

E ciò in un’era in cui, proprio a causa dell’ordine che essa giurisdizione difende, secondo i modelli matematici, in 70 anni si scioglieranno i poli ed i mari si innalzeranno di un metro, sicché fra qualche decennio, con termini così lunghi, inizieremmo a dover temere che i processi, prima che dalla prescrizione siano travolti dalle onde.

E né è una questione di stupidità, perché si potrebbe essere stupidi quanto si vuole, ma non lo si sarebbe mai abbastanza da non capire, se non si fosse accecati da forme di pretestuosità però così esagerate da evidenziare un scaturigine psichiatrica, che, specie poi in una fase di cambiamenti talmente veloci, la modernità richiede che i processi siano celebrati in un giorno, una settimana, un mese, o alcuni mesi in casi particolari; come del resto avviene nei paesi cosiddetti più avanzati.

Così facendo verrebbe assolto Previti ed anche Berlusconi?

E chi se ne cale!? Senza contare il disgusto del dovere assistere a questo pescare nel torbido di così tanti anni fa reati comunque ai limiti della prescrizione a scapito dell’enorme numero di crimini recenti a cui badare, fra i quali innanzitutto quelli commessi con le omissioni a danni di tutti dall’Amministrazione in ogni settore.

Né si vede come possa sfuggire che una maggiore lunghezza del termine di prescrizione ha conseguenze del tutto diverse da quelle minacciate da questi confusi.

E’ ovvio infatti che proprio l’eccessiva lunghezza delle cause finisce per diventare una garanzia di immunità perché implica sia una perdita di controllo sul processo che una legittima perdita di interesse man mano che i fatti si allontano nel tempo.

Senza poi contare l’iniquità delle condanne a distanza di così tanti anni, perché anche un criminale ha diritto ad essere giudicato in un tempo ragionevole, non potendosi ipotizzare che la vita di nessuno debba essere sospesa tanto a lungo nell’attesa di una condanna o di un’assoluzione.

E sarebbe un’obiezione incolta il rilevare che sono proprio le parti e gli avvocati a far di tutto per far prescrivere i reati, perché l’individuo ha diritto di fare quel che vuole, e la società non si salva certo con la buona volontà individuale, ma con le leggi ed il controllo statale della loro attuazione, sicché chiudere i processi in tempo breve è compito dello Stato, convenga o no alle parti che essi durino.

Principi questi tutti ovvi e tutti invisi al nostro conservatorismo, che, salvo ora la situazione particolare dovuta all’intento di sostenere Berlusconi, trova il suo caposaldo nel centro destra ed in Alleanza Nazionale, il cui relativo successo ha radici proprio nel garantire quell’arroccamento nello status quo tipico delle fasi in cui la possibilità di impedire il cambiamento sta per sfuggire dalle mani di tutti.

La sinistra, infatti, pur essendo anch’essa coinvolta nella degenerazione in senso patologico della cultura, è tuttavia astrattamente razionaleggiante (in qualche modo laica) e, ad esempio, a non esserci Berlusconi, non potrebbe che essere senz’altro favorevole all’abbreviazione dei termini di prescrizione.

Un quadro da commedia plautina nel quale la magistratura sa che il suo impulso produrrebbe una grande normalizzazione della società, e proprio per questo non vuole garantirlo.

E basti a riguardo dare un’occhiata alla giurisprudenza delle Corti d’Appello di Napoli e Roma (sono le sole di cui ho un’esperienza diretta) in materia di equo indennizzo per la durata eccessiva dei processi ex legge Pinto.

Legge Pinto che costituisce un vero miracolo, dovuto ad una serie di fortunate coincidenze, ma che la magistratura competente ha fatto e continua a fare di tutto per vanificare mediante una giurisprudenza la cui esaltata pretestuosità, aggravata anche dal sentirsi i magistrati inevitabilmente imputati dei ritardi, è fuori discussione e sta anzi diventando proverbiale.

Una giurisprudenza che, per dire di no (e ne è aspramente accusata nelle sentenze di condanna della Corte europea), ricorre a qualsiasi artifizio negatorio, quale il riconoscere, a Napoli, dai 250 ai 350 euro di spese quando accoglie, condannando invece, a Roma, da 700 a 900 euro quando rigetta, peraltro del tutto illegittimamente quanto sistematicamente, realizzando di fatto, quali che siano le intenzioni, una forma di intimidazione che rende non effettivo il ricorso ex legge Pinto, non potendosi certo considerare casuale che non sussista traccia della pratica di condannare alle spese i ricorrenti né nella giurisprudenza europea né nella CEDU.

Una levata di scudi degna di miglior causa e consistente in un rigettismo tanto infondato quanto conscio di essere in notorio contrasto con la giurisprudenza, non solo europea, ma anche di Cassazione, ostinandosi nell’inventarsi come “ragionevoli” durate da repubbliche delle banane, o escludendo il diritto all’indennizzo per la modestia dell’entità della causa presupposta, o per il suo eventuale esito negativo; fra l’altro in materie in cui gli esiti sono stati positivi per anni, e sono da ultimo divenuti negativi per cambiamenti di orientamento della Cassazione pacificamente dovuti a mancanza di autonomia dall’Amministrazione, della quale, salvo quando siano in discussione interessi suoi, essa è da anni il vero avvocato difensore.

Una magistratura che ha abusato dell’indipendenza per schierarsi dove meglio le conviene, atteggiandosi così ora, ridicolmente, come di “sinistra”, laddove quand’ero nel PCI io, fino a vent’anni fa, non ho mai sentito definirla altro che fascista e presa solo di sé.

E quanto al suo essere presa solo di sé, che è poi la cosa più vera di tutte, in un articolo di “L’Espresso” del 17.2.05 (“A Scampia ho visto gli zombie”), tale Fabrizio Gatti, senza mai chiedersi dove sia l’autorità né rendersi conto della surrealità della sua assenza, descrive, a Scampia, stuoli di drogati in libertà, gesti criminosi dei più efferati in continuazione, zone intere dominate dalla camorra, omicidi, traffici illegali sotto gli occhi di tutti e così via.

Un contesto in cui la violenza dei crimini descritti è poca cosa di fronte alla violenza dell’assenza di ogni espressione dello Stato per impedirli, quasi che le cose rappresentate non accadano nell’Italia del 2005, caratterizzata da un numero di Istituzioni affollatissime e voraci quanto innumerevoli, ma in un far west privo per il momento anche solo di un semplice sceriffo.

Autorità che sembra ignara di nomi, cognomi, luoghi e circostanze che decine di migliaia di persone conoscono per esigenze addirittura commerciali, vista la capillarità della vendita della droga.

Cose che trovano un loro presupposto anche nel fatto che la cultura dell’autorità non ha ancora superato, in Italia, lo stadio, di nuovo fascista, ma anche sarchiaponico, del “comandare che è meglio del fottere”, non essendo stato ancora compreso che, nella società moderna, il vecchio comandare è divenuto un dirigere di grande complessità ed impegno, e richiede umiltà e fermezza nel non cedere alla tentazione di abusare dei ruoli, sia pure solo per disimpegnarsi o esercitarli limitatamente ai loro aspetti più gradevoli.

Né si può dire che lo Stato fallisce per la particolare difficoltà dei problemi, perché fallisce ugualmente dove i problemi sono di facile soluzione.

Facendo di nuovo un esempio del quale posso parlare con certezza perché mi consta personalmente, risiedo da luglio scorso in via Sermoneta, una stradina alla quale si accede da Largo Sermoneta mediante uno stretto ponticello sotto via Posillipo, dopo il quale la strada corre a destra essendo cieca a sinistra.

Sennonché lungo il muro di fronte all’uscita del ponticello sono sistematicamente parcheggiati un tre ruote Piaggio, una Fiat Tipo ed un’Opel Tigra appartenenti ai residenti ai n. 1, 2 e 3 di quella stradina, siti in pratica proprio di fronte agli automezzi in sosta.

Dal lato di largo Sermoneta, invece, dinanzi all’accesso del ponticello, è altrettanto sistematicamente parcheggiata un’auto però sempre diversa.

Mezzi tutti parcheggiati scientificamente in modo che il passaggio, se si è dei guidatori provetti e non si guida un’auto di grosse dimensioni, è in qualche modo possibile, ma solo dopo diverse manovre, e senza riuscire ad evitare un urto di tanto in tanto.

Ebbene, sono più volte ricorso al Comune ed alla Circoscrizione ricevendo varie manifestazioni di consenso, così come ho ricevuto, dopo non poche pressioni, la visita di due ufficiali dei vigili (Tenente Campanile ed Assistente Fiorillo) per una vana constatazione dei fatti.

Così come vano è stato chiamare un innumerevole numero di volte il carro attrezzi.

Alla fine, in oltre sei mesi di proteste, lettere e discussioni, nessuno è finora mai riuscito a far venire quaggiù un vigile urbano per multare né i tre abitanti dei suddetti numeri 1, 2 e 3, né la quarta auto, quella variabile.

Con il risultato, fra l’altro, che, sicuramente, gli abitanti di via Sermoneta, i frequentatori degli stabilimenti balneari ai quali da quella stradina si accede, i visitatori estemporanei, tutti insomma, influenzati dai media, attribuiscono l’inamovibilità di quelle auto all’ossequio dovuto a chissà quali mai gerarchie camorristiche.

Una deduzione errata ma non illogica perché il fatto che i proprietari di queste auto possano tenere in scacco le autorità e così tanta gente deve pur avere una qualche spiegazione in un comune zeppo di vigili urbani come Napoli.

La banale spiegazione è invece che, non avendo evidentemente i proprietari di quegli automezzi (né di tanti altri che appestano una serie di punti cruciali della città) la sensibilità di chi sia stato educato ad Oxford, e non provando dunque alcun disagio di fronte ai disagi ed ai danni che provocano, nulla gli impedisce di continuare a fare quello che fanno, perché sanno che, specie poi nelle ore in cui più spesso parcheggiano, in tarda sera o di mattina, per non parlare poi dei giorni festivi, dai vigili urbani del quartiere Chiaia non hanno nulla da temere, giacché costerebbe loro troppa fatica percorrere, per multarli, i 20, 30 metri da via Posillipo, e superare la decina di metri del ponticello.

Né nessuno si illuda vi sia, nelle piccole come nelle grandi cose, alcun cambiamento in atto.

Qual è la soluzione? La soluzione, se così la si può chiamare, è che in non molto tempo le cose peggioreranno al punto che il cambiamento dovrà avvenire per forza.

Un’apparente pervicacia che, da un punto di vista tecnico (psicanalitico/psichiatrico), quando non sia autenticamente patologica, è espressione di forme molto specializzate ed articolate di una radicata cretinaggine; ed anche il credersi nel contempo in gamba ed astuti né è espressione.

Mentre infatti la stupidità, salvo una migliore definizione che non rileva qui svolgere, è soprattutto caratterizzata da una meramente scarsa capacità di capire, la cretinaggine implica una certa supponenza e presunzione, essendo in genere il cretino un illuso il quale, in forza di qualche evento fortunato, qualche esperienza positiva, un po’ di benessere, eccetera, coltiva, fra le altre, l’illusione di detenere un buon coefficiente di sapienza.

Sapienza che naturalmente, non detenendola veramente, non può certo esprimere in forme compiute, ma che tuttavia, scegliendo forme vaghe e cercando di non esporsi troppo per timore di imbattersi negli argomenti dei forti, cerca di vantare con una qualche determinazione ogni volta che gli sembra di poterlo fare.

Cordialità,

Alfonso Luigi Marra

Se vuoi approfondire questo argomento segui il link: Rilevanza psichiatrica dell’opporsi all’abbreviazione dei termini di prescrizione dei reati, ipocrisia e conservatorismo consumistico dei comunisti e di Bertinotti, e legame fra magistratura e centro destra.

Argomenti trattati: 832 | Lotta al signoraggio bancario: lo strapotere di banca e finanza nella vita reale.
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