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cervello2Alcuni anni fa il Premo Nobel Eric Kandel affermava che anche la psicoterapia è in grado di provocare modificazioni biologiche in alcune aree del cervello così come avviene per i farmaci. Le importanti scoperte ottenute grazie alle moderne tecniche di neuroimaging, come ad esempio la risonanza magnetica funzionale (fMRI), forniscono oggi le evidenze empiriche di tali processi: la modificazione dell’espressione genica è il risultato della modificazione di aree cerebrali specifiche coinvolte nell’attività legata alle emozioni che vanno dall’ansia alla paura.

Prendiamo il caso di un uomo che ha paura di un animale, per esempio un serpente. L’osservazione della risonanza magnetica funzionale mostrerebbe l’attivazione della Corteccia Prefrontale Laterale destra, area questa stimolata dalla paura. In tempi successivi si assiste ad una reazione normale, la stessa persona mostra un’attività corticale del tutto simile a quella di chi non prova paura.

Cosa è avvenuto nel frattempo? Le recenti scoperte parlano di modificazioni cerebrali del tutto simili a quelle ottenute con i farmaci utilizzando tuttavia soltanto la psicoterapia. Al 20° congresso mondiale di medicina psicosomatica, tenutosi a Torino dal 23 al 26 settembre, sono stati presentati i risultati di ricerche “rivoluzionarie” per quanto concerne la terapia della psiche. Non solo viene dimostrata la possibilità che la psicoterapia sia in grado di produrre modificazioni strutturali e funzionali nel cervello, ma viene messa in evidenza anche l’attività di regolazione delle risposte agli agenti stressori coinvolti nelle diverse malattie. Il congresso è stato ospitato dal centro universitario per i Disturbi del Comportamento Alimentare dell’ospedale Molinette di Torino diretto da Secondo Fassino, il quale afferma che sia i farmaci che le psicoterapie agiscono entrambi sui circuiti neurobiologici coinvolti nelle reazioni alla paura.

A partire dal 2002 e successivamente nel 2007, gli studi di Til Wykes e collaboratori su pazienti schizofrenici, hanno reso disponibili i risultati di confronti effettuati con la risonanza magnetica sugli effetti positivi ottenuti dai farmaci anti-psicotici e da un modello di psicoterapia chiamato CRT (Cognitive Remediation Therapy). La necessità di integrare il modello psicosomatico – che sottolinea l’importanza dei processi psichici nelle malattie somatiche – all’interno di un trattamento psichiatrico, è una pratica che si rende necessaria in diversi contesti terapeutici, diventando quindi strumento essenziale anche in malattie cardiovascolari, nell’obesità, nel diabete e anche in campo oncologico. Fassino sostiene quindi un “approccio olistico” alla malattia, considerando non solo il singolo disturbo lamentato dalla persona, ma anche la ricerca della causa nel mondo interno del soggetto.

Le ricerche dell’Università di Montreal sottolineano che lo stress può assumere i connotati di un vero e proprio disturbo mentale, aggiunge Fassino, contribuendo in tal modo all’aggravamento della malattia organica. Altri studi effettuati con la tecnica del neuroimaging hanno mostrato una condizione di normalizzazione dell’attività cerebrale in pazienti depressi dopo un trattamento psicoterapico della durata di qualche mese, paragonando tale effetto a quello ottenibile con farmaci antidepressivi.

Una proposta di spiegazione dei risultati di queste scoperte proviene da Claude R. Cloninger, della Washington University di Saint Louis USA, con una teoria psicobiologica del temperamento e del carattere. Nel sottolineare che l’analisi fattoriale è un metodo inadeguato per valutare la natura non-lineare e dinamica dei processi intrapsichici che influenzano la personalità umana, Cloninger afferma che la porzione stabile della personalità è costituita dal temperamento, legato a fattori genetici, mentre il carattere rappresenta la porzione suscettibile di cambiamenti legati alle circostanze. La modulazione personalizzata delle terapie è quindi possibile sia che si tratti di operazioni chirurgiche che di presidi farmacologici a condizione che il paziente venga studiato prima e dopo la cura.

Tuttavia i meccanismi alla base dei processi psicologici che trasformano l’angoscia in sintomi somatici non sono ancora del tutto chiariti, ma gli studi di Georg Northoff dell’Universtà di Magdeburgo in Germania muovono alcuni passi in avanti nell’assegnare un ruolo chiave all’inibizione o l’attivazione di specifici circuiti cerebrali. È quindi possibile affermare che alcuni specifici meccanismi funzionali di integrazione neuronale tra diverse regioni cerebrali rappresentino il substrato fisiologico dei meccanismi di difesa, come suggerito dalla cosiddetta “ipotesi neuropsicoanalitica”.

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