La fase di Saul

La fase di Saul

Marra.it

La cultura e la religione delle origini non poterono che essere naturalistico / aristocratiche perché appunto aristocratiche sono le regole della natura dalla quale scaturirono e nella quale si svilupparono.

Attraverso l’aristocrazismo naturalistico (il paganesimo), l’uomo giunse così a livelli espressivi tuttora insuperati.

Tanto splendore ebbe però un prezzo: nel paganesimo la prevaricazione delle aristocrazie giunse fino alla condanna della massa all’inesistenza ideologica.

Scrive infatti Omero nell’ottavo secolo prima di Cristo, riferendosi alla guerra di Troia (dodicesimo secolo): “..entrò in campo Achille, o Ulisse, o Ettore, ..e sterminò i nemici..”, mentre è ovvio che ad entrare in campo erano in realtà le loro schiere.

Una prevaricatorietà che, se nella cultura greca fu sdramma tizzata fin dalle origini da un certo coefficiente di “democraticità”, altrove, ed in particolare in Egitto, degenerò in un verticalismo tanto implacabile da causare il sintetizzarsi di un’eccezionale aggregazione di uomini intorno all’intuizione di valore incalcolabile che, qualunque cosa gli fosse costato, da quel momento si sarebbero per sempre autodeterminati.

Era il tredicesimo secolo, e quel nucleo di uomini erano gli ebrei che, al seguito di Mosè, si sarebbero lanciati nell’attraversamento del deserto..

Un “deserto”, quello biblico, che simbolizza l’ammaliante deserto di valori dal quale iniziava la loro lunga marcia ideologica, perché essi, fuggiti dai valori, fondamentalmente epici, del paganesimo, non avevano ancora consolidato i valori alternativi dell’entusiasmante, magnifica cultura che avevano appena inventato: la democrazia ugualitaria di massa.

Un ugualitarismo che difenderanno con una determinazione infinita che sovente sarà scambiata nei secoli per settarismo e gli costerà alla fine l’orrore dell’olocausto ad opera della depravazione pseudo aristocratica del nazi fascismo.

Un ugualitarismo che avrebbe trovato il suo codice morale nel vecchio e nel nuovo testamento, e che richiese, quale prima, indispensabile operazione culturale, che il Dio venisse rimosso dalle carni degli eroi e dalle cose della natura, nelle quali lo avevano collocato i pagani, e relegato nella metafisica.

Questo perché un Dio che albergasse nella fisica li avrebbe ovviamente riportati alle regole della natura, ovvero all’aristocrazismo dal quale erano fuggiti.

Relegato invece il Dio (Jahvè) nella metafisica, gli si sarebbero potute attribuire liberamente tutte le connotazioni e le regole che le loro umanissime esigenze avessero suggerito.

Prima fra tutte, coerentemente all’affermazione dei valori della solidarietà, fu infatti l’imposizione al Dio della “manna dal cielo”, e cioè del dover sostenere anche coloro che, per i loro limiti o per gli accidenti della vita, non fossero in grado di provvedervi da soli, ovvero il principio assistenzialistico, che è poi il tessuto connettivo di fondo di ogni ordinamento giuridico civile.

Un Dio, Jahvè, che altri non era che la loro “mente collettiva”, ovvero la loro cultura, ovvero il modo che avevano mediato di dover avere in comune nel vedere la realtà.

Ma i secoli passarono, e la società ebraica, non riuscendo a far derivare dal suo straordinario umanesimo un livello di civiltà proporzionato, vedeva profilarsi sempre più il rischio di cadere in una spirale involutiva.

Finché, per non soccombere, quella stessa società che aveva saputo negare il potere faraonico, dovrà piegarsi e dire a Jahvè: “Vogliamo un re su di noi per essere anche noi come tutti gli altri popoli. Il nostro re ci governerà, sarà lui che marcerà avanti a noi e combatterà le nostre guerre.”

Ma quel popolo eccezionale volle tentare di attenuare quella sconfitta ricorrendo ad un artifizio: anziché un re vero, un uomo cioè portatore di un’autentica diversità positiva, individuò, per adattarlo alla concezione di massa, un re nel quale, come si direbbe oggi, ..tutti invece potessero identificarsi..

Era l’undicesimo secolo. Quel re fu Saul, e non appena la sua inadeguatezza produsse i suoi effetti, la massa stessa, come sempre nella storia dell’uomo, innescò con facilità i proces si rivolti a far sì che gli eventi lo fagocitassero.

Un po’ con le sue stesse forze, ed un po’ spinto dal crescente bisogno che la società ebraica aveva del suo contributo, si fece allora pian piano strada il primo vero re, ed anzi il fondatore del regno d’Israele: Davide!

Ma perché mai, nel bel mezzo di quel popolo di bruni, Davide, da sempre, è raffigurato come biondo?

Ebbene, è raffigurato come biondo, perché appunto lo era. ..Non di capelli però, bensì di concezione: egli era cioè “biondo” come il biondo Ulisse, il biondo Achille, i biondi Achei, ed insomma i biondi eroi indoeuropei della tradizione aristocratico pagana di Omero.

Quando insomma il bisogno di un vero re divenne ineluttabile, la cultura ebraica dovette rassegnarsi a rivolgersi ad un uomo animato dai valori della tradizione aristocratica.

Salvo che quel re non sarebbe più stato il rappresentante di un’aristocrazia, ma avrebbe dovuto porre il suo valore al servizio del popolo: un cambiamento di portata ancora una volta incalcolabile, anche se produsse un nuovo tipo di classismo attraverso la nascita della nobiltà, che è cosa ben diversa dall’aristocrazia: argomento che non ho qui lo spazio di approfondire (vedi, fra alcuni mesi, in INTERNET, la prossima edizione di “da Ar a Sir”).

Quanto all’aristocrazismo ed all’epicità di Davide non ci sono dubbi: egli uccide il leone afferrandolo per il pelo della mascella, non ha esitazioni ad affrontare Golia, ed è finanche legato a Gionata, figlio di Saul, da una “omosessualità” del tipo di quella che legava gli eroi greci.

Un’omosessualità aliena, nel suo modello ideale, dalla fisicità, e fondata sulla comunione di intendimenti e sentimenti eroici che si sviluppava sui campi di battaglia nell’esercizio e nel culto dell’epica.

Dopo Davide verrà Salomone, suo figlio: l’uomo con il quale nascerà l’arte ebraica, l’uomo che costruirà il grande tempio, l’uomo cardine della cultura e della religione ebraica, e nello stesso tempo l’uomo che, con il suo paganesimo, ne violerà tutti i principi fondamentali.

L’ebraismo era infatti monogamico, ma Salomone ebbe 700 mogli e 300 concubine; era monoteistico, ma le sue 1.000 donne erano pagane; era fondato sull’ugualitarismo, la modestia e la parsimonia, ma egli ebbe 40.000 cavalli.

Ciononostante, a riprova del fatto che la radice della vera morale è nelle esigenze, il mondo ebraico, per gratitudine, lo amerà e lo terrà per sempre nella più grande considerazione.

Ma c’è anche qualcun altro che, da due millenni, viene rappresentato come biondo.

Un uomo di un livello sapienziale e di una così struggente e sublime passione umanitaria che le sue parole illumineranno i millenni.

Un uomo questa volta straordinario e rivoluzionario al punto che i suoi contemporanei preferiranno relegarlo nella metafisica in quanto Dio pur di non doversi sottoporre all’impegno che il suo messaggio implicava e di non dover sopportare la gelosia che suscitava in loro la sua inenarrabile qualità di uomo.

La sua grandezza sarà infatti proclamata solo dopo alcuni decenni dalla sua morte: solo quando, cioè, attraverso il nuovo testamento, il suo messaggio, un messaggio orale, sarà stato profondamente modificato per adattarlo alla morale metafisica di massa.

Tuttavia, a tratti, nel nuovo testamento, rifulge tra le righe l’espressione di un livello sapienziale meraviglioso che non si saprebbe a chi altri attribuire se non a Cristo, perché non era mai appartenuto prima all’ebraismo, così come non apparterrà mai dopo né all’ebraismo né al cristianesimo cattolico e non.

Dice infatti Cristo in una delle pochissime espressioni sicuramente sue di fronte all’imminente lapidazione dell’adultera: “..Chi è senza peccato scagli la prima pietra!” Parole con cui manifesta di conoscere la soluzione del contrasto fra aristocrazismo e democraticità, perché con esse, pur riconoscendo a chi sia senza peccato (“superiore”) addirittura il diritto di uccidere, contemporaneamente glielo nega, perché nessuno è senza peccato.

Un provocatorio enigma di cui né l’ebraismo né il cristianesimo vorranno mai capire la soluzione, perché quelle parole invitavano in realtà al superamento della distinzione fra buoni e cattivi (paradiso ed inferno), in favore della distinzione fra bene e male.

Cosa questa che avrebbe trasformato la lotta fra gli uomini in una lotta interiore fra il bene e il male di cui ciascuno è portatore.

Un enigma che nessuna cultura ha voluto finora sciogliere perché la distinzione fra buoni e cattivi è funzionale alla conservazione in generale ed alla conservazione delle classi in particolare.

Un’esigenza, quella della conservazione, che ha sempre prodotto le forme più bieche di repressione, ma che non va comunque sottovalutata perché è indispensabile per l’equili brio fra la necessità di conservare l’esistente e quella di cambiarlo nei limiti di quanto occorre.

..Intanto, nell’ottavo secolo, dopo aver vagato per circa quattro secoli dopo la distruzione di Troia, ed essere divenuto un modello di carità sotto l’influsso della cultura di massa, era approdato nel Lazio il pio Enea, che, dalla confluenza dell’aristocrazismo greco pagano e del concettualesimo ebraico di massa, aveva fondato la cultura occidentale, ovvero Roma.

Il che, se si pensa che Enea era portatore di tradizioni asiatiche, europee e mediterranee; che gli Achei che avevano distrutto Troia, pur essendo di origini indoeuropee, erano profondamente mediterranei; che l’ebraismo era stato per tutti loro l’elemento di frustrazione, ma anche l’alternativa culturale attraverso cui ritrovare una forma sociale, e che il Lazio era accogliente e centrale, si vedrà che la Storia, nel formulare e nel collocare geograficamente l’occidentalesimo, tenne conto proprio di tutto.

Occidentalesimo al quale il cristianesimo e l’ebraismo daranno poi un enorme contributo, ma il cui originario codice dei valori sarà l’Eneide, scritta da Virgilio pochi anni prima di morire, il 19 prima di Cristo.

Eneide che non avrebbe avuto né lo splendore dell’Iliade e dell’Odissea, i codici aristocratico pagani del divino Omero, che in certi passi non si riesce a leggere senza frenare un impeto di pianto, né la forza non meno commovente del veridico umanesimo biblico, ma sarebbe stata comunque “vigente” per tredici secoli.

Tredici secoli allo scadere dei quali Dante, attraverso il magnifico espediente dei gironi del bene e del male, avrebbe, sempre nell’ambito dell’occidentalesimo, percorso la vecchia morale e codificato la nuova, scrivendo, con la Divina Commedia, il codice dei valori della società borghese nel mondo.

Un codice ora superato specie a causa dell’industrializzazione massimo evento positivo mai verificatosi nella storia dell’universo conosciuto e dei non altrettanto positivi fenomeni dovuti alla sua cattiva utilizzazione.

Occidentalesimo che in duemilasettecento anni colonizzerà culturalmente il centro ed il nord Italia, l’Europa, il Nord America, l’Australia eccetera, ma non il Sud Italia e la Sicilia che, a partire da cinquanta chilometri a nord di Napoli, gli rivolgeranno contro un’eterna dissidenza dovuta ad una particolare sintesi fra aristocrazismo e democraticità che costituisce, a mio avviso, la massima cultura del pianeta.

Venendo a noi, oggi nel mentre è indispensabile un nuovo codice dei valori, perché, oltre all’aristocrazismo, è ormai definitivamente superato anche l’attuale stadio della democrazia la società si è insabbiata in una nuova fase di Saul.

Saul che non sapranno mai creare una statualità moderna capace di dirimere e ricondurre a ricchezza pubblica il conflitto eterno fra l’esigenza di dover sottostare a regole generali, imprescindibile per la collettività, e quella di esprimersi liberamente ottenendone il più possibile, irrinunciabile per gli individui.

Siamo insomma in un era in cui, data la tecnologia, è facile risolvere i problemi, ma per innescare una nuova fase dello sviluppo è necessaria una scintilla che l’attuale stadio della cultura di massa non può esprimere, perché è il frutto del suo superamento.

Se vuole vedere quella scintilla la collettività deve accettare che i Saul non sanno maneggiare la pietra focaia dalla quale essa può scaturire.

Alfonso Luigi Marra

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