In un meteorite marziano, gli indizi di vita passata sul Pianeta Rosso

Un gruppo di scienziati NASA, provenienti del Johnson Space Center di Houston e del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, sostiene di aver trovato una prova della presenza di forme batteriche su Marte in passato attraverso un meteorite ritrovato sulla Terra, dando così nuovo vigore al dibattito relativo alla vita sul…

In un meteorite marziano, gli indizi di vita passata sul Pianeta Rosso

In un meteorite marziano gli indizi di vita passata sul Pianeta Rosso
Un gruppo di scienziati NASA, provenienti del Johnson Space Center di Houston e del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, sostiene di aver trovato una prova della presenza di forme batteriche su Marte in passato attraverso un meteorite ritrovato sulla Terra, dando così nuovo vigore al dibattito relativo alla vita sul Pianeta Rosso. I ricercatori che erano al lavoro su un meteorite dal peso di 13,7 chilogrammi ritrovato presso il ghiacciaio Yamato, in Antartide, avrebbero anche individuato microscopiche caratteristiche che indicherebbero come l’acqua, in un tempo assai remoto, scorresse sui suoli marziani.

La roccia venne rinvenuta dalla Japanese Antarctic Research Expedition nel 2000, rinominata Yamato 000593 e classificata nel tipo nakhlite, sottogruppo di meteoriti marziani così chiamati da Nakhla, piovuto dai cieli egiziani nel 1911 e considerato prototipo di rocce con specifiche peculiarità provenienti dal Pianeta Rosso. Le analisi hanno successivamente appurato che si è formata circa 1,3 miliardi di anni fa dai flussi lavici; poi, circa 12 milioni di anni fa, un impatto fece “schizzare” via il meteorite dalla superficie di Marte dando inizio ad un viaggio attraverso lo spazio che si sarebbe concluso soltanto 50.000 anni fa con una caduta nell’atmosfera terrestre e, più precisamente, nell’Antartide. Indagini di laboratorio hanno dato modo di appurare che contiene al suo interno una mescolanza di gas intrappolati che indicano senza dubbi una provenienza extraterrestre; inoltre, la composizione degli atomi di ossigeno all’interno dei suoi silicati denuncerebbe una chiara origine marziana.

La descrizione del meteorite e le conclusioni che ne sono derivate sono state illustrate nel numero di febbraio della rivista Astrobiology e vanno a sommarsi ad una precedente ricerca, dello stesso team, resa nota da un articolo del 1996 su Science in cui gli studiosi del Johnson Space Center spiegavano come il meteorite Allan Hills 84001, rinvenuto nello stesso Antartide nel 1984, recasse testimonianze biologiche; allora il dibattito che ne derivò fu ampio, coinvolse anche i “profani” ma non portò affatto a conclusioni inequivocabili.

Questa volta il gruppo ha rivelato che la nuova scoperta di differenti strutture e caratteristiche della composizione all’interno del meteorite Yamato suggerirebbero come centinaia di milioni di anni fa su Marte ci sarebbero stati dei processi biologici. In particolare, l’occhio al microscopio degli scienziati si è appuntato su una serie di micro-tunnel curvi e dalla forma ondulata che sarebbero coerenti con le formazioni osservabili all’interno di rocce basaltiche originatesi dall’azione dei vulcani terrestri: tali strutture sarebbero riconducibili all’interazione della roccia con alcune forme batteriche. Un altro elemento consiste nella presenza di micro-sferule collocate nella roccia e ben distinte dagli strati di silicati. Tali sferule erano già state rilevate in precedenza nel meteorite Nakhla ma le analisi sulla composizione di quelle presenti in Yamato 000593 mostrano come queste siano significativamente più ricche di carbonio rispetto ai dintorni formati da strati di iddingsite.
analisi composizione meteorite  Yamato 000593
Certo, non si tratta esattamente di una «pistola fumante» e lo specificano anche gli stessi ricercatori che, benché entusiasti di questa inaspettata sorpresa “piovuta dal cielo”, sanno anche che non mancheranno le critiche: del resto, loro stessi stanno proseguendo con gli studi sul meteorite, anche allo scopo di escludere del tutto l’ipotesi di “contaminazioni” successive. Se le missioni Curiosity ed Opportunity proseguono a raccogliere dati interessanti direttamente dal suolo del Pianeta Rosso, è pur vero che la conoscenza di Marte, e del suo eventuale passato di abitabilità, necessita di campioni come questo per poter fornire altre tessere al mosaico più affascinante che l’uomo moderno ha deciso di realizzare.

Fonte: http://scienze.fanpage.it

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