Illegittimità costituzionale della composizione dei collegi delle Corti d’Appello Equo Indennizzo

Illegittimità costituzionale della composizione dei collegi delle Corti d’Appello Equo Indennizzo

Marra.it

Illegittimità costituzionale della composizione dei collegi delle Corti d’Appello Equo Indennizzo e contrasto con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e la giurisprudenza europea.

Il ridere del giudice Antonio Azara della Corte d’Appello Equo Indennizzo di Roma ed il diritto di sbagliare non solo dei giudici e dell’Amministrazione ma anche degli avvocati.

Il rapporto tra l’aumento degli omosessuali e la cultura giudiziaria del definanziamento della difesa dei diritti mediante la negazione, riduzione o compensazione delle spese. L’abusività della giurisprudenza “all’inglese” inventata per negare la censurabilità della compensazione delle spese, così come della tendenza di certe Corti d’Appello, quali quella di Napoli, a liquidare in materia di equo indennizzo le minori spese previste per i procedimenti in Camera di Consiglio.

La necessità per l’esistenza dei notai del falso sistematico nella certificazione dell’identità delle persone.

Una volta, cortese giudice Azara, credo nel 1986, mentre pagavo il biglietto dell’autostrada al confine tra l’Italia e Francia, il casellante, scattando in seguito a non ricordo che banalità, mi fece oggetto, in stretto idioma settentrionale, di una violenta ed esacerbatissima aggressione verbale in chiave antimeridionalistica.

Rimasi molto colpito perché quell’uomo esprimeva quell’astio con una libertà che esclusi potesse essere semplicemente frutto di un’incauta posizione personale, ma mi parve il segno di una condivisione dell’antimeridionalismo ormai così ampia da non esserci più remore a palesarlo, sicché, pensai, in breve si sarebbe dovuto necessariamente esprimere in qualcosa. Qualcosa che dopo qualche anno divenne leghismo.

Venendo a noi, secondo quanto narratomi da un collega, all’udienza del 23.5.05 lei ha manifestato alla tesissima avvocatessa mia delegata di voler trasmettere un mio fascicolo alla Procura ritenendo che il cliente di cui avevo autenticato la firma fosse morto prima del deposito del ricorso. Cliente che peraltro è vivo e le invia molti saluti.

Il problema è che nel farlo lei rideva e, non essendo il fatto di per sé comico, ciò mi induce a riflettere.

Anche perché la stagione di persecuzioni scorsa, dovuta quella volta al disturbo arrecato dalle mie cause alla Prefettura, al Ministero dell’Interno ed alla Banca d’Italia, si aprì pur’essa con la trasmissione degli atti alla Procura da parte di un giudice del lavoro che presunse falsa una firma al mandato che falsa non era, visto che non se n’è mai più saputo altro.

L’occasione fu però buona, come forse sa, per disporre una faraonica ma soprattutto gratuita ed illegittima indagine a tappeto su tutta la mia clientela e su qualche decina di migliaia di fascicoli sparsi in ogni sede, grado e stadio. Cose poi tutte rivelatesi, dopo anni, come una serie di occasioni perdute per investire più propriamente le risorse pubbliche.

Né occorre la sfera di cristallo per sapere dell’accesa ostilità che sto polarizzando con il mio attivismo in tema di equo indennizzo, viste le copiose testimonianze raccolte in udienza dagli avvocati del mio studio.

Ostilità dei giudici dell’equo indennizzo, oltre naturalmente che dei giudici delle cause presupposte, dovuta ad una precisa motivazione tecnica perché essi, nel mentre sono costretti a giudicare i ritardi dei colleghi, vedono giudicati da altre Corti d’Appello i ritardi dei processi che loro stessi celebrano o hanno celebrato.

Un coinvolgimento nell’esito delle loro stesse decisioni in ovvio contrasto con la Costituzione, le norme e la giurisprudenza europea fin quando questi collegi saranno composti da magistrati ordinari.

Un’ostilità già di per sé pericolosa, ma destinata a crescere ed a cambiare di qualità perché tra poco si infurieranno tutti i poteri forti giacché, nessuno sembra accorgersene, ma la legge Pinto (sempre che non la fermino, ma se la fermassero tutti i ricorsi finirebbero a Strasburgo) costituisce l’evento politico più importante di questi ultimi decenni, e sta producendo un notevole incremento di velocità delle cause che a sua volta produrrà la razionalizzazione dell’Amministrazione e l’innesco di quel processo di civilizzazione che null’altro, e meno che mai la politica, potrebbe produrre.

Perché mi espongo a simili rischi?

Guardi, dottor Azara, appena possibile vorrei cessare queste attività “contro” perché è troppo tempo che subisco questo contrastarmi perché si teme sia in grado di provocare i cambiamenti che nel mentre tutti sembrano invocare.

Sennonché considero questa guerra irrinunciabile, e potrei abbandonarla solo se intravedessi altri intenzionati e capaci di combatterla, ma a torto o ragione non ne vedo.

Inoltre, poiché combatto per la civiltà ed uso il metodo di cercare i miei amici nel cuore stesso dei miei nemici, conto che le cose cambieranno perché so di avere ormai un barlume di consenso nei cuori di tutti e, non si stupisca, specie dei suoi colleghi.

Suoi colleghi solo una parte dei quali contrasta le mie iniziative, e solo per forza di cose ed entro certi limiti, e che soprattutto, non solo alla fine mi hanno quasi sempre dato ragione, ma non perdono occasioni per avere nei miei confronti manifestazioni di solidarietà e di affettuosità tali che non potrei certo lasciare ora la partita.

Al punto che mi verrebbe francamente da chiedervi di cessare ogni remora e schierarvi apertamente e definitivamente in mio sostegno. Di non parteggiare cioè più per l’Amministrazione ma di incrementare la mia forza accogliendo ad oltranza i miei del resto fondati ricorsi, di finanziarmi liquidandomi le spese in misure altissime, di celebrare le mie cause con la massima velocità, ed insomma di facilitarmi in ogni possibile modo.

E questo anche per uscire dalla crisi dell’economia, che sapete saprei come risanare, diversamente da questa massa di somari che pur non essendo in grado nemmeno di smuovere i carri che pretendono di voler tirare vedrete vi porteranno ugualmente chissà dove.

Discorsi e richieste che rivolgo a voi non certo a caso, ma in quanto detentori della consapevolezza giuridica e quindi interlocutori ideali, perché i “politici” vengono selezionati esclusivamente quali garanti dell’immobilismo culturale.

Vi sembra che quanto chiedo esuli dal vostro ruolo? Non è vero, ed anche questo sapete! Quanto chiedo mi è invece dovuto da ogni donna ed uomo di buona volontà, perché se da un lato, come ho scritto nel 1986, “lavoro finanche da avvocato per finanziare la mia rivoluzione senza sangue senza morti e senza sconfitti”, dall’altro vige l’adagio secondo il quale”pesa più un grammo di fatto che una tonnellata di diritto”, sicché nulla vi ha mai impedito di fare quel che volete.

Dovete solo decidere se ritenete o no quanto professo idoneo a farci giungere alla civiltà, ma se lo ritenete non solo potete, ma avete l’obbligo morale e giuridico di sostenermi quali magistrati di un sistema che consuma risorse ingenti per promuovere la conoscenza, riuscendoci per di più malissimo.

Quanto poi alle firme al mandato, argomento sul quale ho chiesto lumi anche a Saverio Campana, il giovane e bravissimo penalista che mi ha assistito nelle persecuzioni giudiziarie, la sola cosa che può eventualmente rilevare è che la firma sia falsa, perché l’autentica dell’avvocato (il “tal’è”) è un caso di autentica minore, e non ha rilievo penale né che il foglio sia stato firmato in bianco, né che sia stato utilizzato successivamente, né che la firma sia stata raccolta da un incaricato, rilevando solo i relativi abusi, contro i quali è prevista la garanzia di norme diverse.

Fermo restando, è chiaro, che non manca mai la possibilità (la poca giurisprudenza in materia è vecchissima) di escogitare tesi contrarie, che in tempi di firme addirittura elettroniche e di indispensabili semplificazioni (la Corte Europea accetta i ricorsi via fax da quando esiste questo mezzo) sarebbero quantomeno oziose perché sanzionerebbero comportamenti alieni nella sostanza da ogni illiceità.

Chiunque capisce cioè che non è costruendo più gabbie giuridiche di quante ne occorrano che si tutela il buon diritto dei cittadini, altrimenti l’Italia sarebbe un paradiso.

D’altra parte se non è vietato avere grandi studi bisogna convenire che i grandi numeri causano statisticamente percentuali di situazioni singolari, e non vedendosi come ad esempio un avvocato possa evitare l’autentica della firma di un falso cliente munito di un falso documento bisogna porsi diversamente anche dinanzi ai falsi, dando innanzitutto per scontato anche per noi, come per gli innumerevoli errori e violazioni dell’Amministrazione e dei magistrati, che di errori si tratta.

Tanto più, parlo ora per me, che la speciale attenzione dedicatami ha causato da me un livello di cautele e di controlli al di sopra della media, ed inoltre dando per scontata la mia buona fede si evita anche di dovermi considerare così insensato da autenticare consapevolmente una firma falsa su un ricorso.

Anche se la confusione in tema di autentiche deriva in verità dall’essere coinvolti gli avvocati negli equivoci giuridici tracciati in un altro paragrafo dell’ormai insostenibile messinscena di ispirazione conservatrice che è divenuta la vita sociale.

Si finge cioè di non sapere che la ragione di fondo dell’esistenza dei notai e dell’apparato di cui sono espressione, ovvero la loro prerogativa di depositari dei rituali identificatorii, è un’impostura.

Ai fini dell’assoluzione del notaio non rileva infatti sia stato indotto in errore con documento falso, perché la sua non è una certificazione basata su un documento di identità, ma un atto pubblico fidefacente nel quale egli, precisato il momento e luogo in cui si compare e che si è data lettura dell’atto da sottoscrivere, usa, per identificare, la formula “è comparso dinanzi a me Tizio della cui identità personale io notaio sono certo”.

Un falso questo sì praticamente sistematico dal momento che l’atto pubblico fidefacente richiede condizioni che si verificano solo in una modestissima percentuale di casi, quali la personale conoscenza storica del cliente nell’ambito delle sue relazioni socio familiari.

In definitiva, stante il semplice fatto che l’identificazione mediante documento potrebbe farla chiunque, la legge vuole la descrizione dell’iter attraverso il quale si è giunti alla certezza.

Documenti che non a caso il notaio chiede, perché di fatto anche lui non fa altro che identificare tramite il documento, ma poi non descrive negli atti.

Mentre i testimoni, che solo a volte indica, sono dei meri ausiliari.

Ne deriva che per identificare veramente le persone bisognerebbe ricorrere a sistemi basati sulle impronte digitali o non so quali mai altre moderne diavolerie.

Non prima però di aver deciso di averne bisogno, perché la tendenza della modernità è di individuare le violazioni attraverso sistemi esperti, non opprimendo la collettività con rituali e controlli ottusi su tutto senza riuscire ad impedire niente, come in quegli aeroporti da paesi sottosviluppati dove apparati cialtroni quanto supponenti ti estenuano con attese, domande, fogli da riempire e perquisizioni, mentre notoriamente contrabbandano di tutto.

E parliamo ora delle spese.

Solo il fatto che la giustizia civile inizi realmente a funzionare può guarire il nostro traviatissimo sistema.

Giustizia che ha tutto per funzionare, oltre ad avere il potere di rivendicare tutto quant’altro dovesse occorrerle, e troverebbe un grande ausilio in un adeguato livello di meccanizzazione, ma non funziona perché è culturalmente collusa (non semplicemente asservita) con il sistema e soprattutto con l’Amministrazione, che sia pur meno che in passato continua ad essere casa sua, sicché continua a garantire la conservazione in cambio dei privilegi che in un modo o nell’altro ancora le si offrono.

Una generale commedia nella quale i magistrati non sono gli unici attori né i peggiori, e nella quale, ad esempio, ha un ruolo di spicco l’avvocatura, che, in virtù dell’eccezionale esperienza maturata nell’eterno esercizio dell’arte del litigare giuridicamente, ha una forza enorme, che neanch’essa esercita, sempre per fini di conservazione.

Conservatorismi vari frutto più che altro di equivoci e di una generale confusione e mancanza di coraggio, perché da tempo le ragioni per cambiare sono maggiori di quelle per non farlo.

Siamo al punto che, sfumati i grandi privilegi del passato, anche categorie come i magistrati soffrono della perdita del potere di acquisto delle retribuzioni, e nemmeno questo basta a farle desistere: atteggiamenti direi più fondati sullo snervamento dell’uomo in generale nella società dei consumi che su ragionevoli intenti conservatorii.

Occorrendo pertanto una rifondazione della cultura a partire dalla revisione del significato delle parole, le cui valenze sono per lo più mistificate, per dimostrare come tutto quanto accade è conseguente al deficit giudiziario iniziamo da un esempio scelto proprio per la sua apparente non pertinenza, ovvero da come anche l’aumento degli omosessuali deriva dalla cultura negatoria delle spese.

Un esempio scelto invero anche per tentare di contribuire al chiarimento di un tema di grande drammaticità, giacché l’omologazione sociale dell’omosessualità non è avvenuta e non avverrà nemmeno in futuro essendo essa non coerente a nulla.

Premesso dunque che non va recriminata, perché ciascuno ha ovviamente diritto di vivere come ritiene la sua sessualità, sicché si vuole solo dissentire dal farne una bandiera per coinvolgervi sempre più altri, il suo incremento è legato al deficit giudiziario perché la magistratura è per definizione il garante del sistema vigente, ovvero del consumismo, e quindi della subdola prevaricatorietà sulla quale esso si basa e della frustrazione di massa della quale l’omosessualità è frutto.

Sono infatti addolorato di dover enunciare questa tesi, che comunque ferma restando la sua essenza va interpretata, ma l’omosessualità è, alla base, l’espressione dell’incapacità di reggere il contratto di coppia eterosessuale ed il rivolgersi pertanto a dei contratti più agevoli.

E la larghezza della sua diffusione in antico va letta diversamente perché, dalle prime civiltà fino a qualche decennio fa, l’esercizio attivo del sesso su un altro uomo (l’omosessualità femminile era così sporadica da avere una ben modesta rilevanza sociale) non era vissuto come omosessualità, ma come una forma di prevaricazione iper-maschile, e l’omosessualità passiva aveva il suo presupposto in una scarsità di democrazia tale che, dagli schiavi in poi, bisognava soggiacere all’uso che le fasce di maggior grado facevano delle vite e dei corpi di quelle di grado minore.

Fermo restando che, sceltala, l’esercitarla genera evidentemente un coinvolgimento; che è poi l’errore in cui è incorsa la modernità, perché la problematicità dell’omosessualità deriva dalla già detta non coerenza ad alcunché, e non dall’essere di per sé inidonea a garantire una certa soddisfazione sessuale e non.

Il disconoscere o limitare le spese giudiziarie mira pertanto a colpire ben altro che i meri interessi degli avvocati, costituendo una strategia esercitata dalla magistratura in proprio e per conto della conservazione in generale per sottrarre il finanziamento alla difesa dei diritti.

Una precisa strategia parte integrante di quel più generale rigettismo giudiziario che è lo strumento chiave dell’antidemocraticità nella modernità.

E valga l’esempio dell’Amministrazione, il cui stato pietoso è dovuto al fatto che nel 1973, sempre per fini di conservazione, non si volle estendere la giurisdizione del pretore del lavoro al pubblico impiego, sicché, lasciata a se stessa, si trasformò nella palude putrescente che è, perché è per definizione che la giustizia amministrativa non ha mai garantito e non può garantire niente.

Una responsabilità che è del legislatore dell’epoca, ma più ancora della giustizia del lavoro, perché la normativa le lasciava più che sufficienti spiragli per esercitare la giurisdizione in quella materia, e se non avvenne fu per la refrattarietà invincibile di quei giudici molti dei quali citati nei miei documenti perché in questi tre decenni ho lottato con tutte le forze, in tutti i gradi, contro quella refrattarietà orribile perché non altrimenti motivata che dal rapporto troppo buono con l’Amministrazione.

Parimenti emblematico è quanto sta accadendo nelle cause per equo indennizzo per la durata eccessiva dei processi.

La “legge Pinto” è stata promulgata per le pressioni europee dovute ai troppi ricorsi italiani a Strasburgo, per cui si è costretta l’Italia alla creazione di una giustizia interna competente in materia.

Scoppiata dunque la silente rivoluzione dovuta all’abbreviazione dei tempi in cui già oggi si può ottenere giustizia, le Corti d’Appello competenti sono cadute in uno stato di malessere e di confusione espresso da una giurisprudenza che per cercare di frenare il fenomeno si inventa le cose più strane, sempre a partire dall’uso delle spese quale deterrente.

A Napoli, ad esempio, ci si rifiuta strenuamente di vedere che, come ormai esaurientemente spiegato anche dalla Cassazione, benché la legge definisca decreti le decisioni, esse hanno le connotazioni delle sentenze, per cui non si possono applicare le tariffe previste per i provvedimenti in camera di consiglio, riconoscendo 250, 350 euro in media.

A Roma, invece, nel rigettare domande che altri collegi o lo stesso collegio nell’altra metà dei casi accoglie, condannano a pagare 800, 900 euro di spese.

Senza dimenticare, in tema di stranezze, la più generale problematica della presunta non censurabilità della compensazione delle spese.

Una problematica per risolvere la quale bisogna, amici magistrati, come al solito partire da lontano.

E’ infatti indubbio che quei miei colleghi che sembrano pensare di potervi parlare con il tono e gli argomenti di chi creda di dovervi convincere della giuridicità delle loro tesi, della quale non si vede come potreste non essere già al corrente, non sono dei buoni difensori dei diritti di chi gli si affida, perché le vostre posizioni sono squisitamente politiche, essendo il vostro viaggio verso la terzietà appena iniziato.

E se ho detto che certi miei colleghi sembrano non capirlo, non già che non lo capiscono, è perché credo si muovano nella stessa logica conservatoria in cui vi muovete voi, prosperando essi nelle nicchie ricavate limitando l’esercizio della loro professionalità all’ambito del “seminato”, convenga o no alla collettività dei loro clienti.

Una posizione peraltro sempre più difficile nel suo conformismo, configurandosi come un volersi dividere in molti ciò che è poco, sicché il destino di ciascuno non può che essere sempre più il pochissimo.

Se avvenisse invece una modernizzazione degli avvocati, tale è la loro forza che cesserebbe in un solo istante un modo di esercitare la giustizia che non conviene nemmeno più alla magistratura.

Cose di cui ho esperienza dato che, nonostante le mie tesi abbiano sistematicamente delle ricadute positive per l’avvocatura, ed essa se ne appropri ogni volta per quanto le occorre, poi mi sostiene e mi difende meno ancora di voi magistrati, perché la verità è che la magistratura odierna ha meno motivi per essere conservatrice di quanti non ne abbia l’odierna avvocatura.

Essere magistrato continua infatti a dare vantaggi sociali, ma non sono più i tempi dello strapotere descritto da Pasolini, ed inoltre l’unica cosa che dia veramente vantaggio oggi è il denaro, ed i magistrati di oggi non ne hanno.

Ma venendo allo stricto iure, le spese, com’è noto, sono disciplinate né più e né meno che dagli art. 91 e 92 del cpc. L’art. 91 cpc dispone brevemente che le spese seguono la soccombenza (“Il giudice, con la sentenza che chiude il processo d’avanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare insieme con gli onorari di difesa.”) L’art. 92 ribadisce nella sostanza il principio generale di cui all’art. 91 (Il giudice può escludere la ripetizione delle spese sostenute dalla parte vincitrice se le ritiene eccessive o superflue; e può, indipendentemente dalla soccombenza, condannare al rimborso delle spese, anche non ripetibili, che, per trasgressione al dovere di cui all’art. 88, essa ha causato alla parte.

Se vi è soccombenza reciproca o concorrono altri giusti motivi, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti.”) E’ quindi un fitto mistero come si sia potuto sognare la giurisprudenza dal primo grado fino alla Corte Costituzionale che la compensazione delle spese attenga alla mera discrezionalità del giudice al punto da essere incensurabile in sede di legittimità.

La giurisprudenza in pratica, pur di negare le spese agli avvocati, ha dato luogo all’unico caso di common low all’italiana di cui sia dato sapere.

All’italiana perché negli ordinamenti che praticano quel sistema le spese sono sacre e vengono riconosciute in misure elevatissime, sicché è europeo il sistema scelto, ma non le conclusioni.

Tanto che è proprio alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, fortunatamente maggiore in grado della Corte Costituzionale, che è auspicabile gli avvocati italiani ricorrano in massa dopo le eventuali sentenze negatorie della Cassazione.

Corte EDU che non è migliore delle Corti italiane, ma che, per la sua composizione plurinazionale (giudici e personale di 45 Paesi), ha più difficoltà a ritrarsi nelle roccheforti della pretestuosità e della iniquità, come può fare senza sforzo la giurisdizione italiana.

Cose tutte, amici miei, che non diminuiscono affatto la grande stima, considerazione ed affettuosità che ho per voi, perché è chiaro che non credo nella distinzione fra buoni e cattivi ma solo in quella fra bene e male, dei quali ciascuno è portatore in una certa percentuale.

Dovete però far caso al fatto che si tratta ogni volta di esempi su esempi che implicano sempre la stessa: se si vuole cioè sussista un corretto equilibrio delle forze su qualunque tipo di argomenti vi riguardino, consentendovi così anche di recuperare per intero il vostro prestigio, è indispensabile che cessiate di giudicarvi tra voi.

Cordialità, Alfonso Luigi Marra

Se vuoi approfondire questo argomento segui il link: Illegittimità costituzionale della composizione dei collegi delle Corti d’Appello Equo Indennizzo

Argomenti trattati: 832 | Lotta al signoraggio bancario: lo strapotere di banca e finanza nella vita reale.
Altre informazioni inerenti Illegittimità costituzionale della composizione dei collegi delle Corti d’Appello Equo Indennizzo:

http://marra.it/index.php?option=com_k2&format=feed&view=itemlist
Marra.it
Marra.it, gestito da PAS-FermiamoLeBanche assiste i cittadini nelle cause contro le banche per sconfiggere il crimine del signoraggio primario e secondario.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi