La sconfitta dei liberali e il sogno infranto degli antieuro

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La sconfitta dei liberali e il sogno infranto degli antieuro

La sconfitta dei liberali e il sogno infranto degli antieuro

Lo sbarramento del 5% è stato implacabile. I risultati delle elezioni di domenica scorsa in Germania hanno semplificato il panorama partitico della Repubblica Federale Tedesca. Nel Bundestag saranno solo in 4: CDU/CSU, SPD, Linke e Verdi. Restano fuori i liberali (FDP), Alternativa per la Germania (AfD) e i Pirati. Se per questi ultimi ciò era stato ampiamente previsto, diverso è il discorso per FDP e AfD: si tratta di due partiti profondamente diversi per storia e per contenuti, che hanno finito per contendersi un elettorato simile.
Secondo le analisi di Jörg Schönenborn della prima rete tedesca (ARD), riprese dai principali quotidiani nazionali, il partito da cui Alternativa per la Germania ha sottratto più voti è stato proprio la FDP: ben 430 mila. Si tratta di quasi un quarto dei voti totali ottenuti dagli antieuro (2.1 milioni). Nel corso della campagna elettorale è apparso chiaro come i 2 partiti lottassero entrambi per raggiungere il fatidico 5% puntando a un bacino elettorale molto simile: conservatore (nel caso della AfD, anche di estrema destra), euroscettico e di protesta. In questa lotta all’ultimo voto i liberali sono apparsi sempre in ritardo, poco credibili e comunque incapaci di coagulare il voto di protesta a dispetto di quanto fatto – con un pur parziale successo – dalla truppa antieuropeista guidata dal professore di Amburgo Bernd Lucke. L’insuccesso dei liberali era probabilmente già scritto nei risultati degli ultimi 4 anni di elezioni regionali, nelle quali la FDP spesso non è riuscita a superare il 5% indispensabile per avere una rappresentanza parlamentare nei vari Länder. Anche il risultato in Baviera dello scorso 15 settembre, a una sola settimana di distanza dal voto nazionale, lasciava presagire la sconfitta. Il 22 settembre verrà ricordato come il giorno più oscuro e più difficile della storia della FDP. Lo ha detto, primo fra tutti, il padre nobile dei liberali Hans-Dietrich Genscher a Sandra Maischberger sulla prima rete tedesca. Genscher ha anche ricordato che la responsabilità di questa brutta sconfitta non è tanto dei vertici del partito, quanto di una lunga serie di errori commessi negli ultimi 4 anni che ha portato i liberali a concentrarsi, senza successo, solo su 2 o 3 temi principali, quali liberalizzazioni economiche e riduzione delle imposte. Il fallimento dei liberali è del resto il dato più rilevante delle elezioni tedesche, forse anche più dello straordinario successo elettorale di Angela Merkel. Fino a domenica scorsa i liberali erano riusciti ad avere sempre la propria rappresentanza in seno al Bundestag e la FDP rimane, ancora oggi, il partito che può vantare il maggior numero di anni al governo della Repubblica Federale Tedesca. Essa ha infatti governato con i principali cancellieri tedeschi: Konrad Adenauer, Ludwig Erhard, Willy Brandt, Helmut Schmidt, Helmut Kohl e Angela Merkel. Esclusi Kiesinger e Schröder, i liberali non si sono fatti mancare mai nulla. Il loro è un partito di grande tradizione che ha fatto la storia della Germania dal dopoguerra ad oggi, coniugando la difesa delle libertà in campo economico con quelle civili ed individuali. Negli ultimi anni, però, si sono smarriti. Alla luce dell’ultimo risultato elettorale, lo straordinario successo del 2009, quando la FDP raggiunse il suo massimo storico toccando il 14.6%, più che un exploit fu il canto del cigno. Nel corso dell’esperienza governativa con Merkel i liberali si sono letteralmente appiattiti sulle posizioni dell’alleata CDU. Soprattutto, non hanno mantenuto le proprie promesse elettorali: e in Germania questi errori si pagano. La riduzione delle imposte e le liberalizzazioni di cui avrebbe urgente bisogno il mercato tedesco non sono infatti mai arrivate. Così, il contributo della FDP al secondo governo Merkel è stato di fatto marginale, se non impercettibile. Nella scorsa legislatura i liberali si sono distinti solamente in occasione dell’elezione di Jaockim Gauck a presidente della Repubblica, agendo in autonomia e costringendo Merkel a sostenere la candidatura del pastore protestante dell’ex Germania Est. Se è vero che Merkel è un leader che logora i propri alleati, è altresì vero che la FDP ha pagato per la mediocrità della propria classe dirigente. Dall’ultra sessent’enne Rainer Brüderle (candidato cancelliere alle ultime elezioni) ai giovani Daniel Bahr e Philipp Rösler (entrambi nell’ultimo esecutivo), ai liberali sono mancate figure di spessore. I più anziani erano troppo vecchi e consumati, mentre i più giovani evidentemente impreparati. Nel mezzo, una classe di discreti politici privi però di carisma quali il ministro della Giustizia Sabine Leutheusser-Schanarrenberger o quello dello Sviluppo Dirk Niebel. Come ha detto Genscher nell’intervista televisiva a Maischberger, il futuro della FDP è oggi nella mani di Christian Lindner, 34enne presidente del partito e del gruppo parlamentate in Nord Reno Westfalia, alle cui elezioni ha potuto vantare un discreto risultato giungendo al 5.2%. Un dato di per sé non entusiasmante ma ben al di sopra della media nazionale. Il suo “Progetto 2017” prevede una FDP in grado di riaquistare l’identità perduta, che non sia né di destra né di sinistra, ma appunto liberale. Il suo obiettivo è quello di distinguere la FDP dalla CDU, puntando sull’europeismo – così da smarcarsi nettamente dagli antieuro di Alternativa per la Germania.Appiattendosi sulla CDU i liberali hanno finito per puntare a un elettorato potenziale quasi esclusivamente conservatore. Nelle ultime elezioni, oltre che contro lo strapotere mediatico del cancelliere, la FDP ha poi dovuto fare i conti con un altro avversario scomodo, l’AfD appunto: un partito nato in aprile all’Hotel Intercontinental di Berlino che in soli 5 mesi ha sfiorato l’ingresso al Bundestag. Il tratto principale di AfD è l’antieuropeismo, che nelle parole del suo fondatore Lucke significa “farla finita con la moneta unica che sta distruggendo l’Europa”. Per il leader degli euroscetitci la soluzione è quella di cacciare i paesi del Sud Europa dall’eurozona oppure di far tornare al marco tedesco la Germania. Il 4.7% di AfD, pur essendo un buon risultato, resta una sconfitta per un partito il cui obiettivo era il 5%. Gli euroscettici continueranno ciononostante a mobilitare i cittadini tedeschi contro la dispendiosa politica di salvataggio della moneta unica portata avanti dal cancelliere, nella speranza di difendere i propri voti sino alle elezioni europee del 2014; lì lo sbarramento è al 3% e la sfida più che abbordabile. Da quali partiti sono giunti i voti di AfD, che rimane l’unica vera novità delle ultime elezioni tedesche? Al primo posto c’è la FDP, cui AfD ha tolto 430 mila voti, poi la Linke (340 mila), la CDU (290 mila), il blocco astensionista (210 mila), la SPD (180 mila) e infine i Verdi (90 mila). Militanti di AfD bruciano fac-simile di EuroSe prendiamo in considerazione solo i risultati dei Länder dell’ex Germania Est, AfD è al 5.8%, ben al di sopra della soglia di sbarramento. Mentre in quelli della ex Germania Ovest è al 4.4. Questi dati sono rilevanti per 2 motivi. Il sentimento antieuro è molto più diffuso nei Länder della ex Germania Est, dove con ogni probabilità la fine del marco (che ha portato a quasi un raddoppio dei prezzi) è stata patita maggiormente da una popolazione mediamente più povera. L’altro elemento significativo è che AfD non ha preso esclusivamente i voti degli euroscettici, ma anche molti voti di protesta di estrema sinistra. Sia per i liberali sia per AfD il prossimo obiettivo restano le elezioni europee, che saranno l’occasione per dimostrare di poter ancora contare nel panorama politico tedesco. (Pubblicato su Limes il 27.09.2013)
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