Il tesoro imperiale di Hitler

E’ di ieri la notizia del ritrovamento di opere d’arte a Monaco. Per l’occasione propongo la lettura di un vecchio articolo uscito per Il Sole 24 Ore. Si tratta di una recensione di Marco Carminati ad un bel libro di Sydney Kirkpatrick sulle rocambolesche vicende del recupero del Tesoro imperiale che …

Il tesoro imperiale di Hitler

Il tesoro imperiale di Hitler
E’ di ieri la notizia del ritrovamento di opere d’arte a Monaco. Per l’occasione propongo la lettura di un vecchio articolo uscito per Il Sole 24 Ore. Si tratta di una recensione di Marco Carminati ad un bel libro di Sydney Kirkpatrick sulle rocambolesche vicende del recupero del Tesoro imperiale che Hitler portò a Norimberga e che i nazisti tentarono di far sparire alla fine della guerra.
Le reliquie di Hitler del regista Sidney Kirkpatrick è davvero un libro avvincente. Narra una storia veramente accaduta, la rocambolesca avventura del recupero dalle rovine dell’ultima guerra mondiale di un tesoro unico al mondo: i gioielli della Corona del Sacro Romano Impero. Se oggi possiamo ammirare queste meraviglie nelle sale dell’Hofburg di Vienna, lo dobbiamo a un uomo speciale, un autentico “ufficiale gentiluomo” che con tenacia e intelligenza investigativa riuscì a sottrarre questo mirabolante tesoro dalle grinfie degli ultimi irriducibili nazisti.
 Il suo nome era Walter Horn. Era uno storico dell’arte e un cittadino tedesco fuggito negli Stati Uniti con l’avvento del nazismo.

Durante la guerra fu ben felice di entrare a far parte delle armate alleate in Europa, e visto che conosceva il tedesco alla perfezione venne assegnato a un particolare incarico: quello di interrogare i prigionieri tedeschi per verificare se sapessero qualcosa della fantomatica “arma segreta” di cui Hitler andava vantandosi e alla quale sarebbe stata affidata la riscossa del nazismo.

Il 23 febbraio 1945, dopo aver interrogato 35 prigionieri, il tenente Horn si trovò davanti il soldato semplice tedesco Fritz Hüber. Horn gli pose le domande di rito sulle armi segrete ma si rese subito conto che anche quest’innocuo e smarrito militare non poteva sapere nulla. Fu invece Hüber, a fine interrogatorio, a introdurre un nuovo argomento: «Le interessano per caso l’arte e gli oggetti artistici?». 
La faccia di Horn si aprì in un grande sorriso: quel militare tedesco non poteva sapere che lui, da borghese, era un professore di storia dell’arte all’università di Berkeley, che era scappato dalla Germania nazista dopo aver studiato arte ad Amburgo, Monaco e Berlino, essere stato allievo di Erwin Panofsky e essersi specializzato in Italia addirittura con Bernard Berenson. 
«Certo che mi interessa l’arte!» disse Horn. «Ma che cosa ha da dirmi in proposito?».
 «So dove si trovano nascosti i gioielli del Tesoro del Sacro Romano Impero» rispose candidamente Hüber.
 Horn, stupefatto, accantonò i moduli d’interrogatorio sulle armi segrete e si predispose ad ascoltare e a trascrivere quella testimonianza. Hüber raccontò che il Tesoro del Sacro Romano Impero era stato prelevato per ordine di Hitler dall’Hofburg di Vienna la sera prima dell’annessione del l’Austria nel 1938 e portato nella chiesa di Santa Cristina a Norimberga. Il dittatore tedesco era convinto che quelle reliquie avessero poteri sovrannaturali. La corona imperiale, il globo, lo scettro, la spada imperiale, la spada usata per le investiture dei cavalieri, ma soprattutto la punta della Sacra Lancia di Longino (quella con cui si credeva fosse stato trapassato il costato di Cristo) non potevano essere considerati semplici oggetti dinastici. Essi rappresentavano la fonte stessa del potere sulla terra: chi avesse posseduto queste reliquie avrebbe potuto dominare il mondo. Hitler e i nazisti la pensavano così, per cui portarono le reliquie del l’Impero a Norimberga, la città che le aveva ospitate per secoli fino agli inizi dell’Ottocento.
E quando scoppiò la guerra, fecero subito in modo di metterle al sicuro. Himmler ordinò di scavare un bunker nella viva roccia sotto il castello di Norimberga e di nascondere lì i gioielli imperiali. L’accesso al bunker era segretissimo, celato da un anonimo negozio d’antiquariato posto nelle strette viuzze ai piedi della rupe. «Se il posto era così segreto, perché lei ne è a conoscenza?» interruppe Horn. «Perché mio padre e mia madre hanno avuto l’incarico di controllare la ventilazione e la pulizia del bunker» rispose Hüber. A questo punto, il tenente Horn passò la notte a redigere un dettagliato rapporto dell’interrogatorio e lo spedì al Quartier Generale di Patton.
 Il rapporto non cadde nel vuoto. Appena finita la guerra, nel luglio del 1945, il tenente Horn venne chiamato a Francoforte. Qui gli venne comunicato che, grazie al suo rapporto, il bunker di Norimberga era stato identificato e trovato stracolmo di opere d’arte. Era stato anche rinvenuto gran parte del Tesoro del Sacro Romano Impero. Gran parte, non tutto: due delle diciassette casse che contenevano il tesoro erano vuote, e una mancava all’appello. La nuova missione di Horn sarebbe stata quella di recarsi a Norimberga e ritrovare al più presto le parti mancati del tesoro, possibilmente prima dell’inizio del processo ai criminali nazisti, quando il mondo intero avrebbe puntato gli occhi sulla città tedesca. Horn avrebbe avuto quindi solo tre mesi di tempo per portare a termine questa “missione impossibile”, nel desolante contesto di una Germania invasa dagli alleati e distrutta dalla guerra.
 Quando seppe quali erano i pezzi del tesoro che mancavano all’appello, Horn ebbe una crisi di sconforto: mancavano proprio la corona imperiale tempestata di pietre preziose, il globo d’oro, lo scettro, la spada dell’imperatore e la spada delle investiture. Con sua somma sorpresa, invece, la Sacra Lancia di Longino non era stata sottratta. Di primo acchito ebbe un brivido: solo gli oggetti preziosi erano spariti dal bunker, mentre la Sacra Lancia di Longino, pur così importante dal punto di vista simbolico ma di poco valore venale, stata stata tralasciata. Che cosa significava tutto ciò? Che i pezzi più preziosi erano stati trafugati per essere smembrati e venduti? Horn non volle neppure pensarci, ma questa poteva essere un’ipotesi.
 Arrivato a Norimberga visitò subito il bunker e cominciò a interrogare Johann Fries e Heinz Schmeissner, i più stretti collabori del sindaco nazista Willy Liebel (morto negli ultimi giorni della guerra) giungendo a mettere insieme le prime informazioni. Venne fuori che, pochi mesi prima, Himmler in persona aveva ordinato di prelevare i gioielli dal bunker per impedire che cadessero in mano agli alleati. Ma dove li aveva nascosti? Le testimonianze si fecero vaghe e contradditorie, e si arrivò ad affermare che i gioielli erano stati collocati in casse di metallo, caricati sull’auto di Himmler e fatti inabissare con essa nel Lago Zell in Austria. 
Horn sospettò che in questa storia qualcosa non quadrava. Ed ebbe un’intuizione. I testimoni interrogati erano stati tutti ex nazisti: non è che, con questi racconti, stessero depistando le indagini per nascondere la verità? Horn capì che era proprio così. Messi davvero sotto torchio e minacciati di venir processati accanto a Göring e a Speer come autentici criminali nazisti, Fries e Schmeissner vuotarono finalmente il sacco. Non era stato Himmler ma loro stessi a sottrarre il tesoro dal bunker, che ora non si trovava in fondo a un lago ma ancora a Norimberga, nel sottosuolo di una scuola elementare vicino a Pannier Plaza. Perché avevano fatto ciò? La risposta fu agghiacciante: quel tesoro doveva diventare il simbolo della riscossa nazista e di un nuovo grande ordinamento, il Quarto Reich.
 Le cose – per fortuna – non andarono come quegli esaltati avrebbero voluto: Fries e Schmeissner finirono in galera e il tesoro del Sacro Romano Impero tornò intatto nella sua sede di Vienna.


S. D. Kirkpatrick, Le reliquie di Hitler.
I saccheggi nazisti e la riconquista
dei gioielli della Corona del Sacro Romano Impero, Odoya, Bologna,
 pagg. 314, € 22,00
(TRATTO DA IL SOLE 24 ORE)
Marco Carminati

Per questo articolo si ringrazia:

Potsdamer Platz, Germania, Europa

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