Germania, non chiamatela locomotiva

Germania, non chiamatela locomotiva
Non chiamatela più locomotiva. Dopo cinque trimestri tutti in positivo anche la Germania di Angela Merkel rallenta la crescita: nel secondo trimestre di quest’anno l’economia è scesa di -0,3 per cento. Ma non è finita qui: gli ordini dell’industria sono scesi del 5,7% nel mese di agosto, dopo il +4,9% di luglio (fonte: Destatis). È il calo più forte dall’agosto del 2009. Ha pesato il calo delle vendite di auto in Eurolandia e in Russia: -25,4 per cento!
Fino ad ora, trainata dall’export e dalla bassa disoccupazione, la Repubblica Federale Tedesca era rimasta immune dal virus della crisi. Ma ora le previsioni di una crescita del 1,8-1,9 per il 2014 verranno riviste probabilmente al ribasso. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale la crescita tedesca si fermerà, nella migliore delle ipotesi, all’1,4-1,5.

I dati mostrano alcuni punti deboli del modello di crescita tedesco: scarsi investimenti e bassi salari. La politica del rigore intrapresa dalla Germania, che le permetterà di non fare più nuovi debiti a partire dal 2015, ha reso più solide le finanze tedesche ma, al contempo, ha impedito la crescita in Europa e di conseguenza sembra frenare la stessa in Germania. 

In attesa dei dati sul terzo trimestre, la Germania rischierebbe la recessione, almeno dal punto di vista tecnico (ovvero due trimestri in calo). Ma quanto è seria la situazione economia tedesca? Da una parte la Repubblica Federale Tedesca è un Paese con un’occupazione al 5 per cento, ben al di sotto della media europea (oltre l’11 per cento). Insomma il mercato del lavoro resta in espansione, così come resta vivace il settore dei servizi. Crescono, inoltre, sia le vendite al dettaglio sia le esportazioni. Parlare di crisi sembra dunque eccessivo. Dall’altra parte, però, la Germania, da tempo, non è più la locomotiva economica in Europa. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, il giornalista economico Johannes Pennekamp si chiede se si tratti dell’inizio di un luogo periodo di bassa crescita: “Il ruolo della Germania come scolaro modello ha reso ciechi rispetto agli sviluppi che non coincidono con l’immagine di un’economia di successo. La conseguenza è un’apparente sicurezza dalla quale anche la politica si è fatta abbagliare.” Non è un caso che anche il Presidente dell’Istituto economico tedesco (DIW) di Berlino, Marcel Fratzscher, abbia parlato di Illusione Germania nel suo ultimo libro dove viene evidenziato il calo degli investimenti nel settore pubblico e privato: negli anni 90 era al 23 per cento del PIL, oggi è al 17. Il paradosso è che la Germania vanta record mondiali nelle esportazioni ma ha una delle più basse quote degli investimenti nei paesi industriali. Secondo Fratzscher, inoltre, la Germania resta fortemente ancorata all’economia europea (il 60 per cento delle esportazioni vanno in Europa) e per questo soffre oggi della bassa crescita degli altri paesi dell’eurozona.
La Repubblica Federale Tedesca non può ignorare alcuni problemi strutturali della sua economia che tuttavia non vengono presi in considerazione dal governo di Berlino che si vanta del pareggio in bilancio per il 2015. Del resto, per la cancelliera Angela Merkel e il suo Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, diversamente da Obama che ha applicato politiche espansive, è preferibile una bassa crescita, purché sia senza debiti. Eppure proprio la Germania, in virtù del buono stato delle sue finanze potrebbe permettersi una politica fortemente espansiva. Ma il modello renano dell’economia sociale di mercato, tanto caro ai tedeschi, non prevede questa opzione. Se, tuttavia, esistano altre opzioni per incentivare la crescita, lo sapremo presto visto che la cancelliera, il ministro dell’economia Sigmar Gabriel (SPD) e il leader della CSU Horst Seehofer si sono incontrati per stabilire un strategia di uscita della mini-crisi tedesca. 
twitter@uvillanilubelli

Potsdamer Platz: Germania, Europa

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