Deficit di europeità della Corte Europea…

Deficit di europeità della Corte Europea…

Marra.it

che riduce i ricorsi a dei “raccontini” ad opera dei “giuristi” del Paese contro il quale si ricorre per poi sottoporre tutti i “raccontini” contro un certo Governo, sovente anche in tutti i gradi, sempre allo stesso Giudice nominato da quel Governo (per l’Italia Vladimiro Zagrebelsky), da solo in primo grado, e come componente della Corte nei successivi.

Indecenza giuridica del Regolamento e delle prassi della Corte, e sua tendenza, specie con il Protocollo 14, a tornare ad essere la “tigre di carta” che era sempre stata prima del Protocollo 11, del 1.11.98. Violazione della Corte del divieto di ostacolare il diritto a ricorrere ex art. 34 CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo) mediante i “raccontini”, le decisioni segrete, anonime, non motivate, non impugnabili, e forse nemmeno scritte, in 1° e 2° grado.

Depotenziamento della giurisdizionalità della Corte attraverso il tenere irragionevolmente basso il numero dei Giudici (45), e l’istituzione, con il Protocollo 14, del Giudice unico “assistito” da “relatori extra giudiziari” allo scopo espresso di incrementare l’attuale 92% di ricorsi già preliminarmente dichiarati irricevibili.

Necessità, se non ci sarà una rapida ed adeguata riforma, di organizzare la lotta politica e sindacale nei confronti della Corte.

Simbolizza purtroppo bene che non c’è civiltà in nessun luogo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: tempio mondiale della Giustizia, in realtà sospeso tra illegittimità ed approssimazione.

Credo infatti che nemmeno nell’Iraq di Saddam si definissero Corte organi che producessero, come certo avveniva, provvedimenti non motivati, non impugnabili, anonimi ed assunti in forma sconosciuta dal Giudice nominato dal Governo contro cui si ricorre, edotto delle cause attraverso i “raccontini” di un funzionariato di parte per definizione.

Un caleidoscopio di mostruosità giuridiche che inizia da un’appropriazione indebita di parole, come sempre densa di conseguenze, che induce delle pur brave persone, proclamatesi “giuristi” (ma giurista è chi il diritto lo fonda), ad arruolarsi da “narratori” dei ricorsi alla Corte Europea a scapito degli ignari cittadini ed avvocati di mezzo mondo.

Un gesto contro le Genti del quale invece nessun giurista macchierebbe la sua penna.

“Raccontini” in francese o in inglese motivati non da esigenze linguistiche, ma dall’intento di realizzare un filtro governativo/burocratico.

Tant’è che i ricorsi vengono “raccontati” anche se li si presenta già in inglese o francese.

Informazioni queste strappate a fatica all’ermetismo degli addetti: meri ma variamente consci esecutori di strategie modulate affinché la sorte delle cause nell’essenziale fase iniziale, oscurata da una serie di clamorose “dimenticanze” regolamentari, sia in mano agli apparati politico/burocratici.

Benché non sia meno clamoroso che tollerino i “raccontini”, ed il resto, i Giudici che ne sono destinatari o vi assistono.

Sennonché ha un’anima lobbistica, burocratica e governativa, la Corte Europea, ed una giurisdizionale.

Un dualismo che spiega il contrasto tra l’indecenza del suo Regolamento e delle sue prassi, concepiti per far sì che proprio i Giudici debbano stroncare sul nascere le cause con percentuali illogiche di irricevibilità (o inammissibilità), e la modernità degli orientamenti di questi stessi troppo pochi Giudici, ognuno di un diverso Paese, quando in qualche modo riescono finalmente ad esprimersi nel merito.

Come nelle cause di equo indennizzo per la durata eccessiva dei processi, poco adatte ad essere annientate con l’irricevibilità essendo la giurisprudenza di condanna degli Stati per le lentezze troppo consolidata, ed ormai universale il convincimento della necessità che la giustizia sia veloce.

Anzi, premesso che non si dimentica affatto l’enorme influsso positivo della giurisprudenza europea, che però è frutto appunto della lotta contro l’apparato, verrebbe quasi da pensare ad una tendenza della Corte a voler solo rendere veloci le Magistrature nazionali, affinché esse stesse possano poi garantire la giustizia.

Una tendenza che sarebbe riprovevole perché la Corte sa che se sussistono in un Paese motivi perché si configuri una collusione di fondo fra apparato e Magistratura, continuerà a sussistere anche se le cause diverranno veloci, fin quando quella Magistratura nazionale si saprà coperta dalla Corte Europea.

E comunque la Corte non ha titolo ad applicare solo alcuni articoli della CEDU ed altri no.

A parte che occorre comunque costringere i Paesi a pagare degli incentivi ai loro Magistrati, altrimenti i ritmi produttivi saranno sempre bassi, ed il rigettismo rivolto a diminuire i carichi di lavoro continuerà ad essere una componente chiave degli “orientamenti giurisprudenziali”.

Un dualismo, dicevamo, non tra buoni e cattivi, ma tra bontà e cattiveria, delle quali ciascuno è portatore in una qualche misura, tant’è che difficilmente la giurisdizionalità potrà vincere giovandosi dell’aiuto dei Giudici, dovendo mutare proprio il meccanismo della loro nomina, essere vietato che giudichino nelle cause contro i Governi che li nominano, e cessare questo continuo scambio di ruoli tra loro, che è l’antitesi dell’autonomia.

Corte composta da 45 Giudici, uno per ogni Paese della CEDU, salvo la Svizzera, che, ignoro il motivo, ne ha due.

Giudici di nomina governativa, perché ogni Governo ne propone 3 all’Assemblea del Consiglio d’Europa, che ne elegge 1.

Nomine implicanti un alto profilo morale di tracciatura però sistematicamente ministeriale, ovvero una coerenza a logiche governative magari onorevolissime, ma che concretano quella visione del mondo dalla quale, per definizione, coloro che ricorrono a Strasburgo, chiedono di essere difesi.

E del resto la delega ad ogni Giudice a rappresentare gli interessi del Governo che lo nomina si legge neanche così velatamente in vari punti del Regolamento.

“Giudice” che, nelle cause contro il Governo che lo ha nominato, potrebbe a stento avere un ruolo di Pubblico Ministero, ovvero di parte, perché il PM è nominato per titoli e concorso, e rappresenta la collettività, mentre il Giudice in questione è eletto politicamente in nome dell’Amministrazione.

Né potrebbe mai avere il ruolo di illustrare agli altri Giudici le norme del suo Paese, perché equivarrebbe a riconoscergli un’inammissibile prevalenza tecnica, laddove questa funzione è della difesa del Governo convenuto; e non mancano i modi per garantire altrimenti queste informazioni.

Inoltre la cosa più grave sono le decisioni di irricevibilità che un Giudice assume da solo nelle cause contro il Governo che lo ha nominato quando opera come Giudice/Relatore in “primo grado”.

Ovvero nella fondamentale fase in cui, al buio, viene stroncato il 92% delle cause segretandosene anche i relativi “raccontini”.

Mentre il residuo 8%, dichiarato ricevibile, sarà accolto per meno della metà nei successivi gradi, per un totale di circa il 96% di rigetti.

Un Giudice unico nazionale di cui non è facile capire le valenze europeistiche quando giudica contro il Governo che lo ha nominato.

Benché il deficit di europeità si manifesti già prima, quando i ricorsi giungono alla Cancelleria, dove, invece di essere semplicemente tradotti, vengono affidati ai “giuristi”, sempre del paese contro cui si ricorre, perché ne ricavino i “raccontini”.

“Raccontini” che privano di legittimità e significato tutto quanto accade dopo (un oltraggio al diritto, ai ricorrenti e ai difensori), e con i quali la Corte Europea taglia alla radice il diritto umano ad esercitare in concreto la propria difesa, perché si sostanziano in un illegittimo, odioso, insidioso ed irrevocabile pre-giudizio che, senza alcuna garanzia di fedeltà né di terzietà, si sostituirà, magari tradendone del tutto lo spirito e la sostanza, all’atto giudiziario della parte durante tutti i successivi gradi di giudizio (vorrei vedere in faccia il “raccontatore” delle decine di faticose pagine dei miei ricorsi).

Quanto al volgare pretesto linguistico, usato per infittire le nebbie che soffocano le cause, è sufficiente per sconfiggerlo (né c’è altro modo) che i ricorsi siano presentati, o tradotti gratuitamente ove non ricorrano gli estremi perché le traduzioni debbano essere pagate, in un’unica lingua (due sarebbero troppe).

Ma riprendiamo l’analisi daccapo con particolare riferimento agli esiti negativi nella fase iniziale, coperti da una segretezza integralistica che è in generale lo stile dalla Corte in funzione dell’obiettivo di pronunziarsi solo su ciò che vuole, ed è meno marcata nei del resto pochissimi e filtratissimi accoglimenti, dove serve meno, e non è sempre possibile.

Orbene, bisogna ritenere per necessità logica che, giunto il ricorso alla cancelleria, qualcuno debba assegnarlo, non sappiamo in base a quali criteri, ad un “raccontatore” che conosca la lingua in cui è scritto, ovvero, si direbbe, del paese contro il quale è presentato.

Dopodiché sarà assegnato, discrezionalmente, al Presidente di 1 delle 4 Sezioni della Corte, che, di nuovo discrezionalmente, lo assegnerà ad un singolo Giudice, detto Giudice/Relatore; salvo che, sempre discrezionalmente, non lo valuti lui stesso ricevibile e lo assegni per il merito direttamente ad una Camera di 7 Giudici.

Piaga purulentissima, in Italia, la mancanza di una disciplina delle assegnazioni, perché assegnare una causa ad un Giudice anziché un altro segna, lo si voglia o no, il suo esito.

A Strasburgo poi, non essendo vietato dal Regolamento, è invalsa la tendenza, profondamente errata, ad assegnare, “in primo grado”, le cause proprio al Giudice nominato dal Governo contro il quale si ricorre (avrà astrattamente il vantaggio di poter leggere il ricorso, ma solo se vuole, perché la “legittimazione” dei “raccontini” “legittima” anche lui ad avvalersene).

Non si può però sapere se le cause siano assegnate ai Giudici/Relatori nominati dai Governi contro i quali si ricorre solo in pochi casi, magari mirati, nella maggior parte dei casi, o sempre, perché il nome del Giudice/Relatore (ma anche quello del “raccontatore”) è coperto dalla predetta segretezza.

Una segretezza inquietante (taluni tentano di motivarla con la privacy, di cui anche presso la Corte Europea si fa un uso largo quanto disinvolto) perché la sua ratio può solo essere che troppo spesso, o troppo impropriamente in certe cause, il Giudice/Relatore è proprio il Giudice nominato dal Governo contro cui si ricorre (o il suo sostituto, detto Giudice ad hoc).

A questo punto deve esserci un momento in cui l’ignoto Giudice/Relatore decide sulla ricevibilità, ma non si sa quando né come (oralmente o per iscritto?) né perché.

Si sa invece (dal Regolamento e dalle statistiche) che considera quasi tutti i ricorsi così come “raccontati” dai “giuristi” irricevibili, perché quando li considera tali li trasmette ad un Comitato di tre Giudici affinché li ri-decida sempre limitatamente alla irricevibilità, che conferma nel 92% dei casi.

Giudice/Relatore che si chiama così – ecco un’altra follia – perché può essere Giudice del suo grado e poi parte del Comitato di 3 Giudici nel grado successivo.

Cosa che, proprio quando ha giudicato in 1° grado il Governo che lo ha nominato, ovvero quando sarebbe meno opportuno che accadesse, accade a mio avviso sistematicamente, come fa pensare sia il tono delle varie norme regolamentari rivolte a garantire, in ogni fase, stadio e grado, la presenza del Giudice nazionale, e sia il fatto che, per Regolamento, se non è parte del Comitato di 3 Giudici a cui trasmette la causa, il Comitato, per rimediarvi, può invitarlo ad assistere alle sue deliberazioni.

Decisione di irricevibilità, quella del Comitato di 3 Giudici, anch’essa immotivata, inoppugnabile, e non si sa se scritta o orale, al punto che se ne verrà informati solo dal Cancelliere mediante una succinta lettera contenente anche un invito a non insistere per sapere di più perché non è possibile! Veri e propri gradi di giudizio (e non mere fasi o stadi) i due che seguono il fondamentale pre-giudizio sostanziato dal “raccontino”, tanto più che il Giudice/Relatore può anche valutare il ricorso ricevibile (lo fa in una modestissima percentuale di casi non precisata dalle statistiche), sicché è proprio nel giudizio dinanzi al Giudice/Relatore, e poi nel giudizio di fronte al Comitato di 3 Giudici, che, congiurisprudenza muta, si decide l’esito della totalità delle cause.

“Raccontini” (a rischio di apparire insistente non posso esprimermi diversamente perché è importantissimo non perdere mai di vista che tutto continua a svolgersi in base ad una rappresentazione dei fatti diversa da quella datane dalla parte nel negletto ricorso), quelli valutati ricevibili dal Giudice/Relatore, che trasmette ad una Camera di 7 Giudici, che, tra nuove disamine sulla ricevibilità ed immediate cancellazioni dal ruolo immotivate ed inoppugnabili, e decisioni di merito, motivate ed impugnabili, ne accoglierà circa una metà.

Fermo restando che, anche qui, se il Giudice/Relatore è quello nominato dal Governo contro il quale si ricorre, farà di nuovo parte sia della Camera di 7 Giudici e sia della Camera di 17 Giudici se la sentenza della Camera di 7 Giudici sarà appellata e l’appello sarà ammesso da un Collegio di 5 Giudici.

Presidenti, Vicepresidenti, Giudici/Relatori, Comitati di 3, Camere di 7, Camere di 17 e Collegi di 5 – si osservi quale mai ulteriore assurdità – sempre in persona degli stessi 45 Giudici mediante un continuo scambio di vesti.

Un Collegio di 5 Giudici che è il solo al quale è previsto non possa partecipare il Giudice nominato dal Governo contro cui si ricorre: una norma dettata da esigenze di terzietà quindi ben note, ma represse, oltre che nelle Camere di 7 e di 17 Giudici, soprattutto nel 1° grado dinanzi al Giudice/Relatore, e nel 2° dinanzi ai Comitati di 3 Giudici, dove la terzietà avrebbe effetti indesiderati.

E’ ovvio infatti che l’esclusione del Giudice nominato dal Governo contro il quale si ricorre dai Collegi di 5 Giudici che decidono l’appellabilità è dovuta al fatto che le cause (i “raccontini”) giunte fino al giudizio di merito delle Camere di 7 Giudici sono tali che, per esse, in quanto plausibili secondo le logiche dell’apparato, ci si può anche permettere qualche larghezza democratica.

Larghezze democratiche da evitare nella fase iniziale, in cui si riversa sulla Corte di tutto, ovvero anche una serie di istanze magari fondate giuridicamente e disperate, ma censurate.

Un sistema insomma acutamente illegittimo da molte angolazioni, a partire dalla violazione dell’essenziale art. 34 della CEDU laddove, in relazione al diritto a ricorrere, prevede che: “Le Alte Parti Contraenti si impegnano a non ostacolare con alcuna misura l’effettivo esercizio efficace di tale diritto.” Né un così folle numero di irricevibilità potrebbe mai essere giustificato dal fatto che, come secondo taluni, molti ricorsi sarebbero solo delle generiche doglianze “senza speranza” scarabocchiate su dei pezzi di carta (anch’esse oggetto di “raccontini”?), perché le irricevibilità investono ugualmente ricorsi riguardanti questioni di grande o grandissimo rilievo sociale e giuridico scritti da fior di avvocati bene in grado di sapere, e magari anche di insegnare, cos’è ricevibile e cosa non lo è.

Inoltre, pur di fronte ad un pezzo di carta mal scritto dai pochi che hanno la forza e la capacità di impugnare una penna fra i milioni che nei loro Paesi subiscono chissà cosa, non si vede perché, invece di spendere denaro in funzionari, ovvero nel tipo di personale istituzionalmente meno adatto ad interpretare un ricorso giudiziario, non lo si faccia semplicemente tradurre per sottoporlo ad un Giudice che possa lui scrivere, nel dichiararlo se è il caso irricevibile, una motivazione, magari succinta, datata e firmata.

Dal grafico delle percentuali di ricorsi presentati dai singoli Paesi si vede infatti che non giungono ricorsi dalla Slovacchia, Romania, Slovenia, Lituania, Albania, Andorra, Lettonia, Georgia ecc., per cui, salvo a ritenere che lì i diritti umani siano ineccepibilmente rispettati, bisogna arguire che coloro che patiscono le violazioni più gravi non riescono affatto ad accedere alla Corte, sicché, se si vuole almeno tentare di contrastare l’ingiustizia, vanno facilitati, e non ostacolati, come si fa oggi in violazione dell’art. 34.

D’altra parte, cos’è un’Istituzione se non il frutto appunto dell’istituire? E qual’altro è l’elemento fondamentale dell’istituire se non un’idonea volontà? E cos’altro è lo Stato, visto da questa angolazione, se non semplicemente la massima delle Istituzioni? E non è questo forse vero anche per la Corte Europea? E’ possibile cioè che il 96% della collettività, unitamente a tutti gli avvocati dei 45 paesi della Convenzione, non fa altro che sbagliare, mentre questi 45 Giudici sono depositari della verità al punto di non dover nemmeno illustrare le loro ragioni? La verità è invece che questo oscuro regime è in contrasto con la delega delle Genti, e qui si finge di non capire che quando le cause aumentano la soluzione non è incrementare le irricevibilità mediante sistemi antigiuridici, ma incrementare il numero dei Giudici e democratizzare i sistemi di giudizio allo scopo finale di costringere gli Stati ad un minor numero di violazioni.

Perché mai, infatti, sarebbe drammatico il numero dei ricorsi pendenti, 70.000 per 45 Paesi, se presso i soli uffici giudiziari di Napoli pendono centinaia di migliaia di cause? E perché devono essere decisi da 45 giudici, se, sempre solo a Napoli, i giudici sono 500? Volgari finzioni che celano l’intento di soffocare i Giudici sotto le carte per spingerli ad eliminarle seguendo improprie “vie brevi”.

Non è una novità che, fino al 98, epoca in cui la prevalenza lobbistico/burocratica era assoluta, la Corte, nonostante il nome altisonante, non ha mai garantito alcuna giustizia se non in relazione a rare vicende, magari gravissime, ma la cui proclamazione di illegittimità fosse scontata.

Poi, invero in coincidenza con il mio documento intitolato “Circa il fatto che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è una tigre di carta”, pubblicato il 28.11.97, ci fu la riforma di cui al Protocollo n.

11, in vigore, dopo la sottoscrizione degli Stati, dal 1.11.98.

In quel documento esordivo scrivendo: “Non so come ho fatto a non capire prima che la Commissione dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo è una tigre di carta.

Visto che infatti funziona da decenni, è chiaro che se avesse mai veramente assolto al suo ruolo di giudice della Giustizia e degli Stati, la Giustizia italiana non potrebbe essere al punto in cui è…” Un cambiamento chissà se innescato proprio da quel foglio, ma anche ormai maturo, ed anzi già troppo differito, perché la radicalità di quella finzione di giurisdizionalità perpetuata per decenni ai danni della buona fede di coloro che portavano faticosamente le loro carte all’esame di quegli organi ipocriti era divenuta insopportabile.

Si ebbe così un’accentuazione del potere giurisdizionale rispetto a quello di pseudo censura politico- burocratica, fin lì esercitato sotto il controllo della Commissione, e la Corte prevalse, divenendo anche “full time”, da “part time” che era.

Ora però occorre una riforma vera, iniziando dal togliere i ricorsi dalle mani dell’irrefrenabile funzionariato, dimenticare la barbarie dei “raccontini”, e vietare ai Giudici di giudicare nelle cause contro i Governi che li hanno nominati.

Nel caso del Giudice Zagrebelsky, premesso che ci troviamo anche qui di fronte ad uomo di grande levatura morale (è stato Capo dell’Ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia, oltre che Procuratore della Repubblica, credo a Roma), possiamo solo presumere, data la segretezza, sia stato lui il Giudice/Relatore che ha valutato ricevibile il ricorso (o il relativo “raccontino”?) del Dr Agostino Cordova contro l’Italia, e lo ha trasmesso a quella Camera di 7 Giudici, di cui lui stesso era membro, che lo ha accolto, nell’ambito del 4% circa di accoglimenti, per non aver l’Italia consentito al Dr Cordova di ricorrere contro i Deputati Cossiga e Sgarbi in quanto l’immunità concessa loro dal Parlamento italiano avrebbe coperto anche le dispute tra cittadini privati.

Tesi che mi colpisce perché l’Italia, nel mentre ero Parlamentare europeo, non ha posto ostacoli per impedire che fossi condannato a pagare circa 250.000 euro a tre PM, nonché imputato di calunnia, sostenendosi che li avrei, all’epoca, fatti oggetto di dichiarazioni appunto di tipo privatistico (immunità a parte, credo che nemmeno delle mie lettere d’amore potrebbero essere di tipo privatistico).

Tesi che spero almeno mi gioveranno in appello o in cassazione nelle tre cause civili, e dinanzi al Giudice penale nella causa per calunnia pendente in primo grado a Salerno, o a Strasburgo, dove però mi vedrei costretto a sostenere l’esistenza in Italia di una situazione opposta a quella che la Corte ha ritenuto nel caso Cordova.

Tanto più che, in altra circostanza, per non affrontare i disagi, i costi e le incertezze del processo, ho dovuto versare circa 15.000 euro anche allo stesso Cordova, perché ritirasse una querela sporta contro di me per avere io espresso, sempre mentre ero Deputato, delle valutazioni (ma non so quali) di nuovo di tipo privatistico.

Una rappresentazione di fatti atta a dimostrare che persino attraverso un caso in cui il ricorso è stato ritenuto ricevibile forse proprio dal Giudice nominato dal Governo contro il quale è stato presentato, ed è stato poi accolto da una Camera di 7 Giudici fra cui quello nominato da quello stesso Governo, si manifesta comunque l’erroneità di fondare la scelta dei Giudici europei sul criterio soggettivo della loro ineccepibilità, perché va invece fondata sul criterio oggettivo delle loro distanza dalle cose domestiche, perché altrimenti, per giuste che possano essere le decisioni, resteranno pur sempre assunte in condizioni inadatte a priori a configurare la garanzia.

Qui invece alla già grave violazione del far giudicare i Giudici nelle cause contro il Governo che li ha nominati, si aggiunge, pazzescamente, l’imporre, per 9 anni, a tutti i cittadini di un Paese, in tutte le loro cause, e generalmente in tutti i gradi, che quel Giudice sia sempre la stessa persona.

Ora poi, con il Protocollo 14, ci si è prefissi di incrementare le irricevibilità infittendo il filtro burocratico/governativo con la creazione, perché “assistano” il Giudice, dei “relatori extra giudiziari”, i quali non sono né costretti né coperti loro stessi da alcuna garanzia, e non possono pertanto garantire niente a nessuno.

Senza contare che le ricevibilità diverrebbero così rare da far scadere definitivamente nell’improbabile i criteri per individuarle.

“Relatori extra giudiziari” (si è già scatenata l’usuale guerra nepotistico/clientelare per chi dovrà esserlo) che credo siano null’altro che un’evoluzione della specie dei “raccontatori”, i quali, sentendosi frustrati per il fatto di essere tanto oscuri pur avendo un ruolo talmente decisivo, stanno così cercando di conquistare lustro e visibilità.

“Relatori extra giudiziari” che acquisirebbero incontrollabilmente ogni potere, anche perché, essendo i Giudici irragionevolmente pochi a fronte del numero delle cause, non potrebbero che dipendere dal loro aiuto lavorativo per deciderle.

A parte che i funzionariati costituiscono una tenacissima ragnatela non facendosi avviluppare dalla quale si può naturalmente dissentire, come ho sempre fatto io, ma ci si deve rassegnare a non avere il minimo incarico.

Vi è poi un’altra novità che riguarda le cause per le quali sussista un orientamento consolidato (di rigetto o di accoglimento?), che, sempre per far presto, verranno assegnate a delle Commissioni di 3 giudici.

Cosa che non ho qui lo spazio di trattare, salvo ad osservare che forse a Strasburgo ci si sforza un po’ troppo per mantenere uniforme la giurisprudenza, perché questo è positivo solo se ci si riesce pur continuando a garantire la pluralità degli orientamenti.

Riassumendo, credo occorra un nuovo Protocollo che:

— riempia ogni vuoto lasciato dal Regolamento all’autodisciplina, a partire dall’assegnazione delle cause;
— organizzi le traduzioni dei ricorsi ad opera di traduttori giurati ed abolisca i “raccontini”, i “relatori extra giudiziari” ed ogni altra tipologia di “non giudici” in qualsiasi modo connessi alla giurisdizione, le procedure segrete, l’anonimato dei Giudici ecc.;
— istituisca criteri garantistici per la nomina dei Giudici e vieti che possano giudicare nelle cause contro il Governo che li nomina;
— vieti, o limiti drasticamente e disciplini accuratamente, i cambiamenti (e gli scambi) di ruolo dei Giudici;
— preveda un numero di Giudici almeno doppio di quello della città di Napoli, nonché una cancelleria ed una sede adeguate, anche perché la Corte Europea sfiora francamente il ridicolo, quando, dopo aver condannato mezzo mondo per la lentezza dei processi, li celebra essa stessa in tempi irragionevoli;
— attribuisca (non essendo peraltro la valutazione della ricevibilità meno importante e sovente nemmeno più facile della valutazione del merito) la competenza a decidere sulla ricevibilità congiuntamente al merito ad una Corte che, una volta escluso il Giudice del Paese contro cui si ricorre, può ben essere composta, in 1° grado, da 3 soli Giudici;
— preveda due gradi di giudizio più un terzo eventuale, e la pronunzia con sentenze pubbliche e motivate, poiché la pubblicità, l’obbligo della motivazione e la garanzia di almeno due gradi è il minimo perché una pronunzia possa essere definita giudiziaria, distinguendosi così da altri tipi di pronunzie, da quelle delle persone variamente influenti per motivi affettivi o gerarchici, fino a quelle dei dittatori.

Proposte sulle quali c’è ben poco da dubitare perché siamo in un campo in cui, se l’intento è quello di risolvere i problemi della giustizia, le soluzioni sono note da tempo.

Cordialità,

Alfonso Luigi Marra

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