Al Ministro della Giustizia Roberto Castelli

Al Ministro della Giustizia Roberto Castelli

Marra.it

a tutti i Parlamentari d’Italia e d’Europa, nonché alla stragrande maggioranza dei buoni magistrati circa il fatto che se non si rimuove l’ostacolo rappresentato dal giudicarsi dei giudici fra loro, non potrà avanzare nessun vero processo di civilizzazione della società.

Circa la gravità della “squisitezza tecnica” usata, da otto anni, nei miei confronti, in una vicenda che ha fin qui impegnato oltre 50 magistrati, per poter reiterare le stesse indagini e gli stessi processi in relazione ad una fattispecie già più volte giudicata o con il rigetto della richiesta di rinvio a giudizio o con l’assoluzione, e circa il chi siano i mandanti ed il perché dell’abbattimento delle torri e dell’ omicidio Biagi.

Dalle Preture alla Cassazione ed alla Corte Costituzionale, dai TAR al Consiglio di Stato, On. Ministro, sul frontespizio di chissà quante decine di migliaia di atti giudiziari depositati dal mio studio negli ultimi 15 anni è scritto: “Se la civiltà è figlia del controllo, la disfunzione della giustizia è necessariamente la madre dell’attuale stato delle cose” .

Per questo frena lo sviluppo il fatto che i giudici – strumento di quel controllo padre della civiltà – si giudichino fra loro, realizzando così un’immunità che consente, a quei sia pur pochissimi che vogliano approfittarne, di commettere impunemente abusi, omissioni e violazioni.

E sono un palliativo, caro Ministro, le ispezioni ministeriali, visto che tutto è poi di nuovo impugnabile dinanzi ai giudici, di cui quindi i politici continuano fondatamente ad avere paura, bastando l’ultimo dei PM a distruggerli senza rimedio, perché, se reagissero, il conflitto, o in sede civile o in sede penale, verrebbe giudicato da un collega di quel Giudice.

Ciò premesso, scrivo per divulgare questa mia vicenda in quanto emblematica, anche per il numero dei togati impegnati (più di 50, alcuni dei quali non citati per vari motivi), della necessità di una riforma che deleghi ad altri i giudizi su giudici, o che coinvolgano interessi di giudici.

Una vicenda che iniziò, ovviamente è un caso, un attimo dopo la mia elezione al Parlamento europeo nel giugno del 94, e la cui prima parte è descritta in La civiltà degli “onesti”, che le invio augurandomi voglia dedicargli qualche ora, ed invierò appena possibile a tutti i parlamentari italiani ed europei, e costituisce la mia difesa avverso una richiesta di rinvio a giudizio, del 24.9.97, ad opera dei PM Rossella Catena ed Eduardo De Gregorio, in seguito ad un’indagine iniziata oltre 3 anni prima, ed a cui partecipò anche il PM Antonio Clemente.

Una richiesta di mio rinvio a giudizio, unitamente ad un malcapitato notaio, per falso ideologico per avere io indotto in errore (si tenga forte) i giudici della Sezione Esecuzione di Napoli, per truffare così lo Stato al fine di commettere un’appropriazione indebita in danno di 27 miei attoniti clienti mai sognatisi di dolersi di alcunché, e rimasti poi miei clienti fino alla definizione di quelle pratiche, alcune delle quali ancora in corso.

Un’accusa connessa all’accusa al tapin notaio (gratuita, ma, come vedremo, per sua sfortuna ritenuta erroneamente indispensabile per poter accusare me), di falso ideologico per avere egli autenticato, in sei sette casi, le pur pacificamente autentiche firme dei clienti, senza però essere materialmente presente nella stanza, o comunque nel luogo della sottoscrizione.

Il GIP Giuseppe Canonico, bontà sua, rigettata la risibile richiesta di mio rinvio a giudizio per falso per induzione in errore dei giudici e truffa alla Stato, rinviò me a giudizio per appropriazione indebita connessa al falso dello sfortunato notaio, e lui per il falso stesso.

La 7° Penale Tribunale, in persona di Eugenio Del Balzo, Antonella Terzi e Monica Amirante, in primo grado, nello stralciare la mia posizione da quella del notaio, escluse, con sentenza giudicata, ogni relazione fra il falso contestato al notaio e l’approvazione indebita contestata a me.

Si spogliò quindi per incompetenza del mio processo per appropriazione indebita, poi assegnato al Giudice Giuseppe Sassone, che ha sentenziato per i casi già esaminati la prescrizione, e dovrà pronunziarsi nel merito per la sola fattispecie non ancora prescritta, che sono ansioso di discutere prima della prescrizione, perché è anch’essa, come le altre, non configurabile già a priori.

Tema che, benché sia altro ciò che voglio dimostrare, devo però chiarire brevemente precisando – ma invero salta agli occhi – che l’appropriazione indebita, per tacer d’altro, è in contrasto con il chiaro ed analitico testo delle procure speciali con le quali mi si conferiva l’incarico di riscuotere le somme di cui mi si contesta l’appropriazione.

A che servirà mai infatti firmare un atto se non a certificare, con la sottoscrizione, di conoscerne il contenuto? Una consapevolezza dell’oggetto della breve procura da parte del cliente che rende cioè stupida la tesi di un’appropriazione indebita che richiederebbe un’inconsapevolezza formalmente non configurabile in chi ha firmato.

Anche se è proprio per questo che si continua a pasticciare con l’accusa di falso e/o concorso nel falso ideologico: perché solo affermando in qualche modo un vizio nella raccolta delle firme, si può tentare di almanaccare sull’appropriazione.

Un pasticciare invece non più lungimirante, benché crudele contro il notaio, perché, quand’anche fosse vero, e non lo è, che egli fosse stato ad esempio in un’altra stanza mentre si raccoglievano alcune di quelle firme, ciò non servirebbe comunque a costruire l’ipotesi del mio concorso nel suo eventuale inutile reato, perché non si capisce come si possa non capire che, essendo indubbio che i clienti hanno firmato la procura, non è ravvisabile alcun mio interesse a concorrere nella creazione di un vizio della stessa, avendo io interesse a che fosse corretta in tutti i suoi elementi ai fini dell’incasso, visto che l’approvazione indebita si concreterebbe nell’aver trattenuto parte di quelle somme per spese. Spese peraltro dovute in una misura ben maggiore, per cui si tratterebbe eventualmente di un’ appropriazione indebita di parte di quanto dovutomi, ovvero indebita solo per la forma: reato dunque che non esiste, e situazione resa impossibile dalla consapevolezza desumibile dalla sottoscrizione della procura. Procure che quindi, contrariamente a quanto si vorrebbe sostenere, non sono lo strumento di alcun reato, ma la prova che non è stato commesso.

Procure, fra l’altro, si osservi, concordate con la Banca d’Italia, perché all’epoca non cambiavano allo sportello assegni maggiori di due milioni, e per la stragrande maggioranza dei miei clienti, che quasi mai avevano conti correnti, cambiare quegli assegni circolari non trasferibili diveniva un dramma fatto di liti allo sportello, furiosi andirivieni dal mio studio, eccetera.

Un problema che, non essendoci al cun altro modo, oggi, che il limite è per fortuna di 10 milioni, si è potuto risolvere solo facendo accompagnare i clienti in banca da un notaio ad un costo medio per cliente una deci na di volte maggiore delle 40.000 concordate all’epoca per le autentiche delle procure, e che a volte, per i grossi importi, raggiunge e supera il mi lione di lire.

Comunque sia, intanto i PM Catena e Roberto D’Ajello avevano impugnato il rigetto da parte del GIP Canonico della richiesta di mio rinvio a giudizio per falso ideologico (sempre in relazione alle procure) per induzione in errore dei giudici, e truffa allo Stato.

Ma la Corte d’Appello, Presidente Roberto Castellano, Estensore Giovanna Grasso, e Relatore Luigi Riello, rigettò il loro appello addirittura su richiesta dello stesso Sostituto Procuratore Generale, il Dr Renato De Lucia, il quale ebbe finanche espressioni di elogio verso di me, come pure le ebbe il collegio, che scrisse in sentenza che: “..Va pure esclusa la violazione ad opera dell’imputato dei principi dell’etica e della correttezza professionale..

Nel mentre, in seguito ad un mio documento nel quale mi si attribuisce di avere approssimativamente detto che si erano fatte per anni in mio danno indagini di tipo biografico senza avere in mano alcuna accusa da formulare, facendole durare oltre i termini mediante vari espedienti, quali tenermi iscritto nel registro dei fatti non costituenti reato, i PM Catena, Clemente e De Gregorio iniziarono contro di me tre cause civili per diffamazione, e furono inoltre promossi, ad abundantiam, non uno, ma due (identici) procedimenti penali per calunnia a mio carico, uno su richiesta del PM Vincenzo di Florio, accolta dal GIP Antonio Di Matteo, ed uno su richiesta del PM Anita Mele, accolta dal GIP Vito Morra.

Nel primo di questi processi per calunnia, dinanzi al giudice Maria Concetta Criscuolo (l’altro pende dinanzi al giudice Michele Videtta), avendo in pratica sollevato la exceptio veritatis, ho visto finalmente accogliere, ad istanza del mio giovane, ma veramente bravissimo, puntualissimo e tenacissimo difensore, l’avv. Saverio Campana, la richiesta di esame di tutti gli atti delle indagini a mio carico per la verifica dell’eventuale fondatezza delle mie affermazioni “calunniose“.

In questo inizio del processo, ed in seguito al drammatico e lungo esame di un agitatissimo PM De Gregorio (non è abituato), non è emerso, fra l’altro, né quali siano i criteri automatici usati per affidare loro le indagini su di me, né perché indagini così gravi siano state tenute lungamente iscritte nel registro dei fatti non costituenti reato, contro peraltro le disposizioni del Procuratore Aggiunto Luigi Mastominico.

Comportamenti questi giuridicamente rilevanti di per se stessi, ma dei quali più di tutto è importante esplorare le scaturigini.

Se cioè emergesse, in ipotesi, che a Catena l’indagine su di me è stata assegnata perché l’ha chiesta, o che, non tutti, ma anche solo uno dei tanti PM stesse usando degli artifizi pseudotecnici per girare e rigirare intorno alle stesse già giudicate fattispecie, sentirei acuta, ben al di là della preoccupazione per le possibili condanne, l’esigenza di capire perché, su impulso palese od occulto di quali entità, con quali obiettivi, questo spropositato dispendio di attività su di me è avvenuto o sta eventualmente an cora avvenendo da otto anni.

Qui infatti si giunge ad ucciderli gli intellettuali, e poiché, nonostante la vergognosa mancanza di riguardo verso di me dei miei nemici, chiunque essi siano (“gente meccanica” , direbbe Manzoni), sono convinto a torto o a ragione di non essere secondo a nessuno, né in Italia né all’estero, come filosofo, scienziato e giurista, sento pertanto l’esigenza, più che di pur gradite celebrazioni postume, di un’inchiesta che mi salvaguardi da vivo.

E’ da escludere infatti che la gelosia suscitata dal mio successo professionale, acuta che possa essere, o il fastidio che arreco alla Pubblica Amministrazione sconfiggendola nelle cause, possano spiegare un dispendio di risorse poliziesche e giudiziarie contro di me superiore a quello dispiegato contro Berlusconi, perché ci sono stati anni in cui la Digos, pur facendo naturalmente nel mentre molte altre cose, ha incredibilmente avuto me come suo fondamentale obiettivo (vedi doc. n. 12 in internet), sicché non vorrei che la mia tenacia nel resistere a tutto ciò, le mie reazioni scritte, e la paura dei cambiamenti prodotti dalle mie pagine suggerisse a qualche burattinaio una diversa soluzione del “caso Marra” .

Cosa, comunque, i cui autori, nella denegata ipotesi accadesse questo è il mio testamento politico e morale devono essere ricercati nelle pagine dei miei documenti e dei miei libri, giacché rendo noto che, fatti gli scongiuri, cercare il reo fra i “terroristi” sarebbe puro dirottamento doloso delle indagini, perché garantisco con la mano sul fuoco che nessun terrorista avrebbe il minimo motivo politico, ideologico, morale o culturale per colpirmi.

Ma, dicevamo, quasi a premio del passaggio in giudicato della fantasiosità di Catena, Clemente e De Gregorio, e saltando a piè pari un’insuperabile barriera di eccezioni una più fondata dell’altra, sollevate prima dall’avv. Domenico Parrella, e poi dall’avv. Ginaldo Cucinella, due civilisti di quelli che rendono anch’essi, come l’avv. Campana, irraggiungibile la bandiera del foro napoletano, nulla al mondo ha potuto impedire che:

– in relazione a Catena, il Tribunale di Roma, Giudice Marina Attenni, le liquidasse £ 165.000.000, più interessi e spese in £ 13.382.000, che le sto pagando a 30.000.000 al mese, non avendomi concesso una meno gravosa rateazione (le do solo atto di una certa tolleranza a fronte, da ultimo, della mia involontaria mancanza di puntualità);

– in relazione a Clemente, il Tribunale di Napoli, Giudice Monica Cacace, gli liquidasse 100.000.000 + interessi e spese in 5.350.000, per un esborso totale di 115.000.000, che gli ho già dato; sentenza poi confermata, sempre con condanna alle spese, dalla Corte d’Appello di Napoli, Giudici Teresa Casoria, Giancarlo De Donato, Maria Rosaria Venuta, Andrea Fiengo, Relatore Immacolata Zeno;

– in relazione a De Gregorio, il Tribunale di Napoli, Giudice Unico Marianna Lopiano, gli liquidasse 80.000.000 oltre gli interessi e le spese in £ 7.350.000; sentenza riformata in meglio dalla Corte d’Appello, Giudici Bruno Pappalardo, Sergio Ferro, Anna Maria Canale, Rosa Giordano, Relatore Marcello Iacobellis, che gli ha aggiunto altri 20.000.000, arrotondando gli 80.000.000 a 100.000.000, sempre più le spese di giudizio, che ora devo dare anche a lui, sperando voglia concedermi una rateazione.

Quand’ecco che, esterrefatto, il 17.1.02, quasi fosse tornato il 24.9.97, mi sono ritrovato a rigirarmi tra le mani una surreale “comunicazione di conclusione delle indagini” del PM Francesco Valentini in relazione, udite udite, alla stessa identica fattispecie per la quale avevano a suo tempo agito Catena Clemente e De Gregorio: quella di cui a La civiltà degli “onesti” che, oltre ad essere stato distribuito a tutti i Magistrati di Napoli e Roma, è stato venduto in 15.000 copie.

Identico processo nel senso che sono le stesse 27 persone, gli stessi importi, elencati nello stesso ordine di cui alla tabella a pag. 56 della seconda edizione di quel libro, e gli stessi capi di imputazione.

Vicende giudiziarie da plautiana commedia degli errori, ma proprio per questo più foriere di rischi di condanne, anche se non credo avrebbero più autorità morale di quanta ne hanno le ben cinque sentenze civili che sono riusciti ad ottenere, mi domando con quanta soddisfazione della stessa magistratura, i giuridicamente abilissimi Catena, Clemente e De Gregorio.

(Senza voler fare paragoni, Anito, Meleto e Licone riuscirono addirittura a far uccidere Socrate, ma la loro “vittoria giudiziaria”, senza scalfire minimamente l’immagine di Socrate, servì solo a rendere per sempre impresentabile la loro.) Né basta.

Già prima avevo ricevuto dai PM Maria Antonietta Troncone e Domenico Airoma, poi trasferito ad altri incarichi, un’altra richiesta di rinvio a giudizio, sempre per i già detti altisonanti reati di appropriazione indebita e truffa.

Ora (la prego qui di seguirmi attentamente perché qui è il punto), il metodo usato è quello di reiterare impianti accusatori sostanzialmente sempre uguali in riferimento alla stessa fattispecie ma a clienti diversi, che grazie a Dio non mancano.

Sennonché, tale sistema è corretto solo fin quando l’accusa è fondata, o deve essere ancora giudicata, nel senso che se taluno ad esempio truffi più persone, è coerente che man mano che si scoprono altri truffati, si promuovano altri processi.

E’ invece un sistema gravemente scorretto se l’accusa è stata già giudicata infondata, perché in quel caso l’individuare sempre nuovi clienti per riproporre più o meno sempre lo stesso impianto accusatorio diviene un espediente per tentare, a furia di reiterazioni, di violare i precedenti giudicati mediante qualche GIP o giudicante disposto a rovesciarlo, realizzandosi così una perversa strategia per giungere al risultato di rendere “corretto”, a posteriori , ciò che nel mentre lo si fa è gravemente scorretto.

Una scorrettezza che viola, oltre al principio del giudicato, ogni garanzia e diritto dell’uomo ai sensi sia della Costituzione italiana che della Convenzione europea, ma di cui, soprattutto, lo ripeto, bisogna conoscere i perché.

Ma proseguendo, il GIP Maria Ferorelli ha respinto ancora una volta la richiesta di rinvio a giudizio per falso ideologico dei PM Airoma e Troncone, e di nuovo e sempre mi ha rinviato a giudizio per la solita appropriazione indebita, questa volta però, oltre che non configurabile, già prescritta.

I PM Troncone ed Airoma hanno impugnato il rigetto di Ferorelli per il falso, ed il loro appello dovrà ora essere deciso da quello stesso collegio della 8° che ha già rigettato l’identico appello dei PM Catena ed Ajello, di nuovo composto dal Presidente Castellano e l’Estensore Giovanna Grasso, mentre è cambiato il Relatore, ora il Dr Giuseppe Provitera.

Collegio in relazione al quale non ravviso motivi per dover temere un cambio di orientamento, anche se mi ha colpito il fatto che, contrariamente al Sostituto PG Renato De Lucia, che chiese lui stesso il rigetto della richiesta di rinvio a giudizio, il Sostituto PG di questa volta, Vincenza Del Giudice, ha invece chiesto il rinvio a giudizio, colpendomi perché non ha prodotto motivazioni per supportare il cambiamento ed il contrasto con i numerosi precedenti, che l’Avv. Campana le ha elencato ad uno ad uno.

Ciò detto, mancano fortunatamente per finire, dopo otto anni di indagini ininterrotte, solo altre due indagini: una seconda indagine dei PM Airoma e Troncone, sempre per falso ideologico ed appropriazione indebita, della quale la stessa Troncone ha chiesto l’archiviazione ed il GIP Cirillo gliela ha concessa, e l’altra, ancora per falso ideologico e truffa, del PM Nunzio Fragliasso, subentrato al PM Carmelinda Gabrieli facendo una precisazione delle ipotesi di reato rubricate da Grabrieli.

Sempre, naturalmente, che non ci siano altre indagini in corso, magari basate su altre qualificazioni di quei fatti, benché, dopo otto anni e chissà quanti miliardi pubblici spesi, venga da chiedersi quanti ce ne vorranno ancora per esaurire lo studio di tutte le possibili qualificazioni criminose dei miei gesti in questa vicenda.

E sempre che non debba temere che fare affermazioni di questo genere non stimoli l’apertura di qualche nuovo, inedito filone, ..visto che, per quello che è il livello di fondatezza del filone di cui alla prima tornata, sappiamo già che qualunque trovata può andar bene per tenermi sotto processo un’altra decina d’anni.

Ma tornando ora al valore esemplificativo di questa vicenda ai fini della norma che invoco, noi ci troviamo di fronte a tre esseri umani che:

—1) Hanno incassato, o stanno finendo di incassare, fra tutti e tre, per danni che, specie per l’ammontare, è arduo capire in cosa consistano, 400 milioni che dovranno restituire se perderanno in appello o in cassazione, anche se, a mio avviso, l’Italia subirà comunque una condanna a Strasburgo, a maggior ragione se anche la cassazione rigetterà i miei ricorsi. (Qui nessuno se ne cura, ma il mio studio è un’associazione professionale di dodici avvocati, per la quale lavorano direttamente ed indirettamente circa 40 collaboratori, e nella quale hanno fiducia migliaia di persone, sicché noi i danni li abbiamo avuti per davvero.)

—2) Hanno ricevuto queste cifre pur essendo sacrosante le mie doglianze ed inconfigurabili le loro accuse.

—3) Devono ora, nei due processi di Salerno per calunnia contro di me, spiegare una serie di comportamenti già a prima vista non si sa quanto spiegabili.

—4) Troverebbero grande vantaggio pratico, economico e morale nel fatto che, fosse pure in un’altra causa penale e ad opera di altri, non uscissi indenne da condanne dal tunnel nel quale hanno spinto senza motivi otto anni fa un padre di famiglia, il responsabile di uno studio in cui lavorano molte persone, un deputato, un ideologo.

Ora, il regime delle garanzie deve essere rivolto ad impedire si creino le condizioni per cui i reati tipici dell’interferire si verifichino, per cui, pur dando assolutamente per scontato che sia loro stessi che tutti i togati di cui a questa assurda vicenda si siano comportati nel più corretto dei modi, dov’è invece la garanzia che non siano o loro, o anche loro, girando da un collega all’altro, a generare questo pluriennale risorgere sempre della stessa indagine, o che non si siano adoperati per influenzare le sentenze civili? Ecco, caro Castelli, al di la della mia vicenda personale, della quale comunque continuerò a tenere aggiornato il Ministero, il Governo ed i Parlamenti contando che serva a sensibilizzare e produrre la riforma di cui sopra, questo è il contributo che ho inteso dare, sperando serva a convincere anche il centro sinistra, perché si tratta di una riforma costituzionale.

Quanto invece al terrorismo, la degenerazione in senso consumistico della modernità è caratterizzata da un tale livello di interrelazione e di perfidi automatismi così incommensurabili e straordinariamente diversificati benché omogenei, che la società deve stare molto attenta a non desiderare il male, poiché dovunque nelle sue viscere sconfinate innumerevoli forze che dispongono di tutto quanto sia mai possibile disporre, si muovono, inconsciamente, ed alcune consciamente, per realizzarlo.

L’azionariato internazionale non ha fatto in tempo a desiderare un evento straordinario adatto a fermare un temuto crollo dei titoli in seguito al sia pur spurio anticonsumismo dei no global, fortemente in ascesa l’estate scorsa, ed ecco che subito milioni di potentissimi meccanismi ed apparati continuamente all’erta hanno selezionato nel mondo e posto in essere le concatenazioni ed i mezzi per concretarlo nell’abbattimento delle torri.

In Italia, una parte della società non ha fatto in tempo a desiderare un evento che fermasse la rivolta sociale alimentata in realtà dal timore che Berlusconi, che promette lo stesso tipo di benessere promesso dai suoi avversari, si mostri più bravo nel realizzarlo, ed ecco che Biagi è stato ucciso dai “terroristi” .

Un quadro nel quale, è spaventoso, ma gli inconsci mandanti non sono più i servizi segreti deviati o la politica anomala, ma direttamente noi, mentre gli esecutori materiali, terroristi o non, hanno solo rilevanza penale.

Anche se per fortuna la sincera univocità a posteriori delle proteste è tale da rendere sempre più difficile per la società decifrare a chi o cosa possano poi veramente servire queste povere vittime.

Alfonso Luigi Marra

Se vuoi approfondire questo argomento segui il link: Al Ministro della Giustizia Roberto Castelli

Argomenti trattati: 832 | Lotta al signoraggio bancario: lo strapotere di banca e finanza nella vita reale.
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