Ai giudici milanesi Sergio Vaglio, Francesco Malaspina e Giulio Bianchi circa la causa Akim srl c/"la Repubblica", ovvero circa l’illegalità dell’informazione amministrata.

Ai giudici milanesi Sergio Vaglio, Francesco Malaspina e Giulio Bianchi circa la causa Akim srl c/”la Repubblica”, ovvero circa l’illegalità dell’informazione amministrata.

Marra.it

Ai cittadini circa il fatto che la magistratura amministra nformazione per silenziare i gravi fatti di corruzione che l’i la riguardano e quindi insabbiarli, legittimando così il ricorso alle vie di fatto.

Alle Procure della Repubblica circa la strategia del governo, dei partiti, dei sindacati e delle associazioni per sottrarre al P.A.S. usando l’informazione amministrata i legittimi vantaggi politici dell’aver proposto e sostenuto la legge per l’etichettatura dei prodotti agricoli ed ittici nella vendita al dettaglio.

Se l’informazione non fosse amministrata sarei lieto della condanna dell’Akim a pagare £ 41.200.000 per spese a “la Repubblica” e “Manzoni spa”, perché l’attribuirei al fatto che Vaglio, Malaspina e Bianchi hanno condiviso il documento n. 27, del 13.7.96 (Internet), con il quale, fra l’altro, rendevo noto che un gruppo di magistrati napoletani liquida agli avvocati spese da riparazione di rubinetti.

Ma i miei fogli “non esistono”, perché l’informazione amministrata dalla quale la magistratura si sta ora facendo silenziare i gravi fatti di corruzione ed altro che la riguardano per insabbiarli tanto li odia che non ne farebbe parola nemmeno se fossero opere d’arte e da anni costituissero la scintilla ed il carburante del fenomeno culturale in atto.

Per cui quei tre giudici hanno condannato l’Akim a 41.200.000 nella stessa logica in cui i loro colleghi napoletani, quando invece si tratta di spese in mio favore, liquidano fra 140.000 e 386.000 lire a causa.

Ma ricominciamo daccapo. Io stesso, per l’Akim, avevo comprato, tramite Manzoni, 52 pagine intere su Repubblica per pubblicarvi argomenti tratti dai miei libri e rivolti alla divulgazione della teoria psicanalitica con la quale, nel 1985, realizzando il sogno di Sigmund Freud, individuai il modo in cui funziona la mente.

Una teoria fra l’altro importantissima per la cura di quelle patologie mentali che lì da Scalfari hanno evidentemente una diffusione maggiore della media, poiché iniziò un’incredibile serie di “errori di stampa” delle pagine, che, con Antonio Jandoli, di Manzoni, concordammo sarebbero state ripubblicate in coda al contratto e pagate solo allora. Fin quando, in contrasto anche con Manzoni, allora schierata con me, Repubblica rescisse il contratto, adducendo che udite udite “le mie teorie non erano conformi alla linea editoriale”: tesi accolta in sentenza, tanto più, si aggiunge, che “l’Akim non aveva pagato le pagine contestate”: affermazione resa possibile solo dalla categoricità dei giudici nel non ammettere quale teste Jandoli, che non avrebbe potuto che smentirla..

..Ma non si creda che voglia insinuare che siano stati avvicinati, perché non ne costituisce prova né il fatto che la sentenza è troppo errata per la sapienza di quella Corte, né il fatto che la giustizia è così compromessa da essere anomalo che Flick e Pisapia non si chiedano qual’è il valore dei giudizi che continua a pronunziare. Anche perché più cresce la consapevolezza del suo degrado e più le parti che “possono” tendono a comprarla. Tanto che il “buon avvocato” non è più quello che conosce bene il diritto, ma quello che conosce bene i giudici.

Benché, mi spiace dirlo, ma credo che Flick e Pisapia, non essendo abbastanza giuristi per guidare la formulazione di una vera riforma (non è questione di toga o di tocco: si è giuristi se si ha la capacità di proporre soluzioni giuridiche geniali, magari per la loro semplicità), non hanno, per lo stesso motivo, nemmeno la forza di confrontarsi serenamente, ma realmente, con la magistratura, che quindi, direi quasi suo malgrado, non può che continuare a dettarsi le regole da sola.

Cose queste su cui riflettere perché, mentre la società dei consumi aveva bisogno di politici neutri che garantissero l’immobilismo culturale, la società di oggi ha un bisogno disperato di difficilissimi cambiamenti e quindi di veri e propri geni della politica nelle posizioni chiave, per cui nessuno le nuoce più di certi “onesti”, benpensanti o benintenzionati che, occupando inutilmente le poltrone fondamentali, sono in realtà solo dei volgari ladri del suo preziosissimo tempo.Ma, tornando a noi, la verità è che è vergognoso che Repubblica, non solo non scriva nulla, ma addirittura si opponga finanche a delle pagine a pagamento in relazione a delle teorie scientifiche notoriamente tanto fondate che gli On. Duilio Poggiolini, Eolo Parodi e Giacomo Leopardi, rispettivamente Presidente ed ex Presidente dell’Ordine dei Medici, e Presidente dell’Ordine dei Farmacisti, hanno invitato, con una lettera, i medici italiani ad analizzarle con attenzione.

(Fu lo stesso quando il Prof. Mario Rigutti, titolare della cattedra di astronomia dell’Università di Napoli, direttore degli Osservatori astronomici di Capodimonte e di Teramo, nonché noto scienziato dedito allo studio “di cosa sia il tempo” e giornalista scientifico, affermò in un’intervista che la mia definizione del concetto di tempo è: “scientificamente corretta e non appartenente all’attuale contesto culturale”.)

Ora però la magistratura deve capire che se l’avere pendenti tre milioni di processi contro quattro o cinque milioni di sventurati senza aver prodotto alcuna evoluzione morale del paese prova il suo fallimento, l’aver omesso ogni azione contro l’informazione amministrata prova (se ce ne fosse bisogno) la sua collusione con gli apparati.

Il che siccome la magistratura è l’arbitro formale del confronto verbale rende palese il fallimento della parola e legittima il ricorso sia individuale che di massa alle vie di fatto intelligenti in virtù dei fondamenti del diritto naturale; anteriore, nella gerarchia delle fonti, al diritto costituzionale.

E veniamo ad un altro grave esempio di informazione amministrata.

Da oltre un anno giace nel Parlamento italiano una mia proposta di legge in virtù della quale esistendo una chimica della natura, ed essendo i prodotti diversissimi secondo i luoghi sui banchi di vendita dei fruttivendoli, macellai e pescivendoli debba comparire un’etichetta, sui singoli prodotti o sulle cassette, dalla quale risulti il luogo di produzione, e, per il pesce di allevamento, anche l’azienda produttrice.

Un tipo di etichettatura che siccome per dire se una scarola o un sarago sono DOC bisognerebbe mangiarli prima non ha niente a che fare con i DOC o con altri tipi di marchi adatti a prodotti standard. Marchi, peraltro, sovente usati per appiattire le produzioni a solo vantaggio del sistema industriale e commerciale.

Una proposta di legge, è doveroso precisarlo, che ha avuto un significativo sostegno da parte dell’On. Gerardo Bianco, e che fu presentata da alcuni parlamentari italiani grazie all’interessamento dell’On. Ferdinando Casini, poiché io, in quanto deputato europeo, non avrei potuto presentarla personalmente.

Una legge che, essendo i prodotti italiani i migliori del mondo, la sera del giorno in cui tali etichette comparissero sui banchi di vendita, li lancerebbe in maniera così clamorosa da far cessar subito la crisi, non dell’agricoltura, ma dell’intera economia, poiché l’Italia, forte dell’altissima qualità dei suoi prodotti, potrebbe farne godere il mondo intero, superando anche l’ostacolo delle quote all’esportazione, perché l’alimentazione è trasversale a tutte le attività umane, e a nessuno può essere vietato di mangiare i prodotti migliori per ragioni di quote.

E, per avere un’idea della posta in gioco, si osservi che, ad esempio, fra l’Europa e l’Australia e la Nuova Zelanda (sono membro della Delegazione del Parlamento Europeo per l’Australia e la Nuova Zelanda), due piccoli paesi che insieme non raggiungono venti milioni di abitanti, c’è uno scambio commerciale di circa due milioni di miliardi di lire l’anno: circa l’equivalente del nostro debito pubblico.

Ed in cosa consiste questo scambio? Consiste prevalentemente nel fatto che l’Inghilterra, la Germania e la Francia vendono all’Australia ed alla Nuova Zelanda prodotti industriali vari, e l’Australia e la Nuova Zelanda vendono all’Europa quei prodotti agricoli che dovremmo invece venderle noi..

Il che, siccome tutto il meccanismo dell’enorme scambio europeo con il mondo funziona più o meno così, mostra bene l’acutezza e la buona fede dei Monti, delle Bonino eccetera, per non parlare dei ruminatori di luoghi comuni pseudoeuropeistici alla Dini, la cui scienza consiste nella perfetta pronuncia del termine Maastricht, laddove invece il vero problema è la riforma istituzionale (vedi n. 28 in Internet), perché in Europa, non il Parlamento, ma il potere esecutivo di due o tre paesi, unitamente alle lobby, fa le leggi per quindici popoli senza garanzia né di Carta né di Corte Costituzionale.

(Sì sì, non lo nego: disistimo Dini anche perché so che è per pochezza che si è opposto alla candidatura offertami da Treu alle politiche 96, poiché è ovvio che io sia lo spauracchio di coloro che non sono in condizioni di accettare il confronto con chi ragiona con la propria testa. Una cosa che, nell’indecisione dovuta alla distanza, mi ha fatto perdere anche la candidatura offertami a Catania da quel gentiluomo di Gerardo Bianco: gentiluomo perché invece alieno da queste tare da politici sì, ma dell’orticello di casa loro.)

Tema, dicevamo, quello dell’etichettatura, sul quale decine di milioni spesi in volantini e circolari non sono serviti a far dire una parola all’informazione amministrata.

Perché? Semplice: perché questa legge, ovvia come l’uovo di Colombo, e della cui necessità mi ero reso conto dal 1980, senza mai riuscire a farmi ascoltare, avrebbero dovuto proporla da decenni i governi, i partiti, i sindacati e le associazioni che, dunque, non avendolo fatto, ci hanno inutilmente condannati ad altrettanti decenni di miseria, visto che l’agricoltura, ma anche l’allevamento in mare del pesce di qualità, sono le due principali risorse del paese.

Tanto che ora hanno posto in essere una paziente strategia per far apparire notoria e scontata la legge e distrarre la collettività dal fatto che lo è solo grazie al grande sforzo del PAS.

Questo per evitare che il PAS possa danneggiarli ancora con altre proposte di legge utili per il paese..

E per farlo sono pronti, naturalmente, a banalizzarla, mistificarla, stravolgerla, spezzettarla, sfarinarla, renderla irriconoscibile e così via, com’è costume fra coloro che hanno perso, o non hanno mai avuto, il senso dell’onore.

Cose che, quale fondatore del P.A.S., denunzio alla magistratura, precisando però che, se necessario, la prossima volta siccome abbiamo capito che è inutile andare in tanti, come il 18.7.96, a manifestare dinanzi alla Rai per strappare 1 minuto al TG1 e 6 minuti ad Uno Mattina e vederli poi soffocati nel più sapientemente amministrato silenzio negatorio protesteremo dinanzi ai Tribunali e contro la magistratura che, pur perseguendo tutto ed il contrario di tutto, non persegue i mandanti e gli esecutori materiali dei reati dell’informazione; pubblica o privata che sia, perché anche l’esistenza dei mezzi privati è garantita solo perché informino.

D’altra parte, io stesso, da anni, sono costretto a dedicare la più parte dei miei sforzi, non alle mie ricerche, ma alla sia pur bellissima professione di avvocato, per finanziare la lotta frenetica contro l’informazione amministrata, che altrimenti avrebbe reso a priori inutili le mie teorie seppellendole per sempre sotto le sue laide macerie: cosa che, se quelle teorie fossero fondate, renderebbe giuridicamente rilevante l’omesso intervento della magistratura, perché nello Stato di Diritto la scienza, l’arte e la cultura sono oggetto della peraltro costosissima attività di Istituzioni fondamentali.

In ogni caso, signori magistrati, fate il vostro dovere verso l’informazione amministrata e per il resto non vi preoccupate: io cerco sempre di vedere il lato buono delle cose, sicché sono contento di non dovervi nulla.

Specie a voi, magistrati, ma anche politici ed Istituzioni, con in testa Rastrelli e Bassolino, della città di Napoli; teatro, asseriscono, ma davvero non si capisce in virtù delle carte di chi (non le mie ovviamente: io sono di San Giovanni in Fiore), di un’importante rinascita culturale.

Alfonso Luigi Marra

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Argomenti trattati: 832 | Lotta al signoraggio bancario: lo strapotere di banca e finanza nella vita reale.
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