Agli invalidi, ai pensionati, ai disoccupati ed ai lavoratori socialmente utili…

Agli invalidi, ai pensionati, ai disoccupati ed ai lavoratori socialmente utili…

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circa i due pesi e due misure sempre adottati dalla magistratura e dalla politica in materia di interessi e/o adeguamento secondo che fossero dovuti a loro o alle banche.

Ovvero, circa il fatto che i partiti sono alla mercé dei poteri, e specie del potere economico; i parlamentari e la magistratura sono alla mercé dei partiti; e le leggi e le sentenze sono pertanto alla mercé delle lobby bancarie e non, benché nessuno, nell’eseguire le comande, dimentichi mai i suoi interessi.

Circa il mio ricorso a Strasburgo per essere sottoposto da sei anni, a decorrere dalla mia elezione al Parlamento Europeo, a tortura giudiziaria a mezzo indagini.

Abitavo all’epoca, era il 73, a Napoli, nella quiete dei panorami di quella via Palizzi in cui, divaricate sotto quei magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine per ottenere i benefici del piacergli, il fior fiore delle “Nanninelle” dei Quartieri Spagnoli o di Pizzofalcone ondulavano adolescenziali i lombi opimi affinché gli ospiti d’onore di quel casino della “mala” potessero trarre, “amore dei“, il godimento dalle tumide profondità, magari virginali, delle loro cestunie volenterose.

Un casino di cui non so davvero quanti si servissero, perché è chiaro che tutto ciò non ha niente a che fare con la stragrande maggioranza dei buoni magistrati, ma che doveva essere pur noto a tutti, anche se sarebbe poi stato ridicolmente “scoperto” con molto clamore verso il 1985, tacendosi però che era stato già “scoperto” con analogo clamore almeno un’altra volta, credo una decina d’anni prima; e lo ricordo perché con i pantaloni in mano avevano trovato pure un giudice civile amico mio, peraltro una bravissima persona, perché si sa che gli estremi a volte si toccano.

Io lavoravo già da avvocato delle cause di lavoro e previdenziali, che mandavano in discreto numero al mio studio certi funzionari miei ammiratori non ricordo più se dell’INPS o dell’Ispettorato del Lavoro, ed osservavo il mondo dalla Sezione Lavoro al terzo piano della Pretura di Napoli, dove i rapporti con i magistrati non erano poi così cattivi, sia perché erano per la più parte comunisti, com’ero allora anch’io, e sia perché, non ricordo se dall’inizio né fino a quando, ma di sicuro per diversi anni fra i settanta ed i primi anni ottanta, la scelta dei magistrati a cui assegnare le cause non era loro esclusivo appannaggio, come incredibilmente è ancor oggi, ma era invece graziosamente consentita anche a noi avvocati, sicché c’era modo di evitare sia i giudici antipatici che quelli sfavorevoli alle nostre tesi.

Cose che scrivo per evidenziare l’importanza di disciplinare capillarmente questa materia con una legge, che né la magistratura ed in fondo nemmeno il potere politico vogliono, perché toglierebbe la possibilità di seguire dall’alto l’andamento delle vicende giudiziarie.

Era l’inizio, con quelle reboanti cause di lavoro, di una molto vantata fase della “modernità“, laddove era solo entrato in agonia il clerico fascismo per dar così luogo al consumismo, manifestatosi con i cortei del 68, e proseguito con il tuttavia giustissimo, necessario e moderno Statuto, e poi con la legge sul processo del lavoro.

Consumismo che richiedeva la fine del sottosalario e del superlavoro, tipici del clerico fascismo, perché bisognava ora creare i consumatori: nuova tipologia umana caratterizzata dall’avere un po’ di denaro da spendere ed il tempo per farlo, e dall’essere affrancata dal proibizionismo sessuale, che, impedendo la libera circolazione dei corpi, ostacolava i consumi.

Sarebbero dovute accadere tante altre cose prima che giungessi, nel 1984 / 1985, alla scoperta del modo di formazione del pensiero, ma, benché coinvolto nella cultura del momento, già ero diverso, perché ero nato guardando un po’ stupito il mondo dal di fuori, come dalle primissime immagini della mia vita.

Come in un incantesimo, mi accadeva cioè che, sovente con imbarazzo, quasi anche loro potessero vedere quel contrasto, quando le persone mi parlavano subito il mio io correva ad insediarsi in una sorta di speciale osservatorio chissà dove dentro di me dal quale vedevo i loro corpi e sentivo le loro parole convertirsi nelle forme e nei suoni dei loro veri pensieri.

Al punto da avere poi sempre dato per scontato, ad esempio, che uno stupido può esser bello a quindici anni, ma difficilmente a quaranta, quando la stupidità si sarà troppo impadronita delle sue forme.

Una capacità che credo mi derivasse dal fatto che il mio compianto padre e mia madre, così come altre figure del mio contesto familiare e sociale originario, salvo i rituali necessari o positivi, quali quelli della creanza o della comprensione, parlavano invece in base ai loro effettivi pensieri, sicché non c’era in loro quella frattura tra le parole che usavano e quello che i loro gesti ed i loro corpi narravano, che dunque, per contrasto, mi appariva palese negli altri.

Di lì a poco, nel 1975, sarei poi divenuto avvocato della CGIL, da cui mi sarei dimesso nel 1985, anche se quel mio apparato sensoriale mi aveva messo in crisi da subito per l’eccesso delle finzioni in cui quel contesto viveva immerso.

Lì i saluti erano “fraterni“, noi eravano tutti “compagni“, la parola lavoratore era oggetto di culto, i discorsi erano sempre enfatici e rabbuiati dal cruccio per la condizione della classe operaia o del proletariato, ma non ho mai più avuto occasione di vivere scontri così feroci, scorretti e privi di regole e di remore come quelli fra i diversi schieramenti di noi avvocati e sindacalisti per accaparrarci le cause, così come non c’era controparte che non si presentasse affiancata da uno o più sindacalisti decisi ad ottenere un trattamento molto speciale per il “compagno” datore di lavoro.

Sindacalisti che dopo un po’, furiosi per la mia indifferenza, iniziarono a scatenarmi contro bufere di calunnie delle quali però sentivo a mala pena l’eco, perché me le spegneva l’amico mio carissimo Silvano Ridi, segretario regionale della CGIL quando i segretari di quel sindacato ancora erano una potenza, e poi deputato del PCI per un paio di legislature, il quale, conoscendomi bene, e conoscendo le situazioni, da quel gentiluomo tormentato ma intellettualmente onesto che era, sbaragliava ogni volta lui stesso quegli accattoni stando anche attento, per una sorta di pudore della loro impudicizia, a far sì che non venissi neanche a saperlo.

Calunniatori sovente originali e pronti a giurare qualsiasi cosa pur di indebolirmi – sicché quelli di questi ultimi anni non credano di essere stati i primi – come quando ad una cena, un paio di miei colleghi che ancora calcano i corridoi dei tribunali napoletani, cominciarono a raccontare pubblicamente e molto seriamente, in presenza di una mia piuttosto intima ed esterrefatta amica, una serie di fatti accuratamente dettagliati circa una mia pretesa omosessualità.

Qualità questa che non recrimino certo, perché so che è l’espressione dell’amara difficoltà di fronteggiare il rapporto di coppia eterosessuale e quindi del tentativo di crearne di meno impegnativi, ma che non ho mai posseduto, perché confesso che ancor oggi, che la passione coniugale e la passione per i miei quattro figli si è sovrapposta come uno spesso strato di cenere ai carboni ardenti della mia passione per le donne, non saprei dire se essi sono spenti.

In ogni caso, uno dei miei principali obiettivi fin dagli anni 70 furono le cause contro le banche, perché capivo che la prevaricazione bancaria era una rovina per la società.

Nel 1986, poi, la mia lotta si fece acutissima, attraverso la pubblicazione di una serie di documenti, quali la “Lettera al direttorino in relazione alle birichinate del vicedirettorino“, contro il Banco di Napoli.

Nel 1989, infine, pubblicai “l’atto di citazione già pronto per ogni correntista che voglia far causa alla propria banca“, ma non riuscii a muovere nulla.

Tentai anche qualche causa, ma inutilmente, data la refrattarietà della magistratura, che da quell’orecchio non voleva sentire in alcun modo.

Né c’era da sperare nell’aiuto di interventi legislativi, l’unico dei quali, del 1999, giunto dopo una sessantina d’anni, e per fortuna dichiarato incostituzionale dalla recente sentenza della Corte Costituzionale, è stato il decreto legislativo rivolto a salvare le banche dalla sentenza con cui la Cassazione ha dichiarato illegittimo l’addebito trimestrale dei tassi.

I partiti cioè erano da sempre al soldo del sistema, e quindi anche del sistema bancario, e l’autonomia non era mai stata considerata una virtù per deputati e senatori che, o nel parlamento italiano, ma più ancora in quello europeo, più che dei parlamentari, sembrano a volte dei vigili urbani che alzino ed abbassino le mani a secondo che sulla “lista di voto” passata dal partito ci sia un + o un – , senza generalmente nemmeno sapere a cosa corrispondano, visto che tanto nessuno vorrebbe, né del resto potrebbe, discostarsi dagli ordini, pena l’emarginazione e la non ricandidatura.

Capita così talora anche che, mentre magari astrattamente nessuno voterebbe un certo progetto di legge, lo si vota lo stesso perché, soprattutto nelle norme più tecniche, i più ignorano i contenuti dei vari emendamenti, per cui si attengono ai + ed ai – suggeriti ai partiti dalle lobby, di solito attraverso il funzionariato dei governi o delle istituzioni, che in linea di massima provvede anche a scrivere materialmente le proposte di legge che poi i deputati “proponenti” si limiteranno a firmare, a volte leggendole ed altre no, specie quando siano troppo lunghe o complesse.

Al punto, per esempio, che quando mi fu conferito l’incarico della relazione sulla “Riforma Istituzionale Europea” (vedi in Internet), ed io la settimana dopo, in perfetta buona fede, nell’aula della Commissione Istituzionale la consegnai al funzionario addetto, ne nacque quasi una sommossa, perché i funzionari erano cosi abituati, da sempre, a scrivere loro le relazioni, che sono poi una sorta di proposte di legge, che interpretarono il mio gesto come un grave affronto che avevo voluto fargli.

Una sommossa che si placò dopo qualche giorno solo di fronte al mio infinito stupore ed alla mia costernazione nello scoprire il livello di radicamento in quel Parlamento di una prassi così depravata; perché è noto che lobby e funzionariati sono culo e camicia.

Le banche insomma erano per il momento inattaccabili.

Si riusciva invece a fare le cause previdenziali ed assistenziali, e fra queste, le cause per gli interessi dovuti in seguito ai ritardi nel pagamento, o anche per l’adeguamento alla svalutazione di certe indennità, fra le quali, da ultimo, le indennità dovute per la disoccupazione speciale.

Solo che se uno non lo ha vissuto come lo abbiamo vissuto noi avvocati è impossibile immaginare le puttanate scritte, in quasi 30 anni di ininterrotti contorcimenti sotto gli occhi di tutti, da quella stessa magistratura, compresa la Cassazione e la Corte Costituzionale, sempre pronta ad attribuire alle banche qualunque cosa chiedessero, pur di ridurre al minimo o a niente il diritto agli interessi dei pensionati o dei lavoratori per gli scandalosi, eterni ritardi di pagamento da parte degli enti, o per negare che le indennità di disoccupazione, a partire dalle ben £ 800 al dì della disoccupazione ordinaria, fossero quanto meno adeguate alla svalutazione.

Perché? Semplice: perché anche la magistratura, come i parlamentari, è soggetta, attraverso i partiti, alle lobby bancarie così come governative.

Non dipendono forse i magistrati dal CSM? Ed il CSM non dipende dai partiti? E non dipendono dai partiti le nomine alla Corte Costituzionale o gli incarichi ministeriali dei giudici? E, per tacer d’altro e delle ragioni e delle strategie attuative del corporativismo, non occorrevano forse gli appoggi dei partiti per avere gli arbitrati più succulenti, o per poter fare, con il sostegno dei giornali o delle televisioni, anch’esse sotto il controllo delle lobby, il bello ed il cattivo tempo in favore o contro questo o quello? Oggi è meno vero? Il sistema si sta smagliando? Si e no, perché il problema non è sconfiggerlo, ma sconfiggerlo in fretta, prima che renda inabitabile il pianeta, perché a tutto il resto ci sarà poi modo di rimediare.

Che cosa bisogna allora fare? Combattere con ogni mezzo per aprire un coefficiente di confronto più elevato possibile! Io invero, per averlo fatto, sono formalmente sotto indagine dal 1994, da quando sono stato eletto al Parlamento europeo.

Anche se a qualcuno è forse sfuggito che, a prescindere dal merito delle accuse, pare sia vietato usare i poteri e le Istituzioni per torturare le persone con le indagini per più di due anni, specie se sfruttando, per superare i termini, strategie processuali improprie, ed escogitando sempre nuove figure di reato sempre sugli stessi fatti, peraltro già giudicati.

Ragion per cui ho già scritto e presenterò nei prossimi giorni il ricorso a Strasburgo per chiedere il risarcimento dei danni morali ed economici che mi si è così voluto causare.

A meno che non si debba ritenere che una così assurdamente numerosa ed agguerrita muta di PM possa ignorare il termine biennale, o non sapere che gli artifici procedurali per giustificarne l’invero eccessivo superamento sono solo un’aggravante dell’intendimento persecutorio, ormai così palese e notorio che, secondo la Cassazione, non è ipotizzabile la calunnia, poiché essa non sussiste quando o sia fondato il sospetto di quel che si dice, o quantomeno se ne sia sinceramente convinti, come lo sono io, mentre sussiste calunnia solo se si parla sapendo di mentire, ed al solo scopo di accusare.

Cosa da escludere qui, non fosse altro che perché non vedo come potrei mai voler perder tempo a dire senza motivo falsità deliberate su gente che non è mai riuscita a farsi prendere da me nella minima considerazione nonostante io sappia bene che ha dalla sua finanche il potere di farmi arrestare anche senza alcun motivo in una qualsiasi di queste albe con il solito clamore di sirene ed immagini di bambini terrorizzati, così come piace a loro, perché sembra ormai essere questa l’unica gratificazione rimasta a quest’apparato giudiziario / poliziesco che è opinione comune abbia prodotto molti più danni di quanti ne abbia riparati, e che a Napoli è riuscito a provocare una mobilitazione generale senza precedenti degli avvocati, i quali hanno posto con il libro bianco una pietra miliare che solo i più cretini fra deputati, senatori e ministri di questi nostri Governi delle patate fritte possono pensare che non gli tornerà in breve in faccia tanto più violentemente quanto più si illudono sia stato dimenticato.

Cose che però non c’è da temere possano accadere a tutti, sicché auspico che i colleghi siano sempre più decisi nel difendere i diritti dei loro clienti.

Benché, quanto alla tendenza sia nazionale che europea di tagliare le pensioni, l’assistenza e le varie altre provvidenze, voglio precisare che la sua ratio è nel fatto che l’attuale politica non è in grado né di capire che l’industrializzazione e la meccanizzazione sono i più grandi eventi positivi mai verificatisi nella storia dell’universo conosciuto, e né che, pertanto, il dibattito sul come ripartire le risorse fra i cittadini è superato.

Il problema è invece che gli straordinari automatismi non inquinanti per la produzione illimitata delle risorse non possono essere innescati da questa classe politica, per cui, nel mentre tutti questi asini credono di lottare circa il modo in cui bisogna spartire le risorse, la vera lotta in corso (la mia ad esempio) è quella per mandarli a casa, allo scopo di sostituirli, o quantomeno sostituire le loro concezioni con altre che rendano le risorse più che sufficienti per tutti, compresi quei vecchi, invalidi, ammalati e disoccupati che questi invertebrati hanno individuato come i soggetti da mettere a dieta per sistemare le cose.

Bisogna per forza attendere che tutti costoro ci danneggino ulteriormente, o qualcuno è disposto a far già da ora qualcosa per cambiare direzione?

Alfonso Luigi Marra

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Argomenti trattati: 832 | Lotta al signoraggio bancario: lo strapotere di banca e finanza nella vita reale.
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