Perfezione tedesca e stereotipi antitedeschi

Ogni scusa è buona per criticare la cattiva Germania. E così un incidente drammatico come la caduta dell’Airbus di Germanwings per un presunto tentativo di suicidio del co-pilota Andreas Lubitz diviene l’occasione per dare fiato alle trombe anti-tedesche in Italia. Sorvolo volutamente su chi, con un grande sforzo di fantasia e di salto logico, collega l’incidente all’inesistente mito tedesco dell’austerità. Mi soffermo, invece, sull’Huffington Post che in un articolo ha fatto riferimento, prima ancora che si scoprisse che si era trattato di un omicidio-suicidio ad opera di Andreas Lubitz, di “una Germania ferita nell’orgoglio della propria perfezione industriale”, dimenticando però che l’Airbus è di fabbricazione francese e che, evidentemente, non c’è alcuna relazione tra una presunta perfezione industriale tedesca e l’errore umano. Insomma, un bella trovata per sfruttare una tragedia mettendo dentro il peccato originario tedesco, sempre buono in qualunque discussione, della prima e della seconda guerra mondiale.

L’iniziale “incidente inspiegabile” della compagnia Lufthansa, che era riferito al fatto che dalla dinamica della caduta non c’era alcuna spiegazione tecnica (ed infatti si è poi scoperto che è stato un gesto deliberato del co-pilota), è stato strumentalizzato per affermare che “il dubbio tedesco si affaccia come un tarlo, inaspettato e sgradito: ma come è stato possibile?” (Huffington Post). La stessa Zeit, in una poco riuscita copertina ha parlato di Caduta di un mito, la Lufthansa appunto, che però già prima dell’incidente risultava fuori dalla prime dieci compagnie più sicure al mondo. E non era un mistero, né per i tedeschi né per i non tedeschi.

Dopo essersi scoperto che in realtà il problema non era di perfezione industriale, ma di un gesto folle di Andreas Lubitz, pur di attaccare la Germania, l’obiettivo polemico si è spostato sull’aspetto antropologico-culturale perché così come solo un italiano come Schettino poteva far arenare una nave sull’isola del Giglio (il riferimento era ad un polemico articolo sullo Spiegel) solo un tedesco poteva far schiantare un aereo sulle montagne francesi con 149 persone a bordo. Così, secondo Francesca Sforza su La Stampa, se in Italia ci sarebbe una tendenza al pressappochismo e alle soluzione facili (caso Schettino), in Germania ci si dovrebbe interrogare “sul punto di rottura di un sistema sociale strutturato sull’esclusione dell’imprevisto dal novero dei possibili.” L’editorialista de La Stampa propone un’immagine datata della società tedesca dove “le maglie sono strette, il controllo degli individui gli uni sugli altri è serratissimo (provate a parcheggiare in divieto, prima del vigile arriverà un comune cittadino a segnalare l’infrazione), il numero delle regole non scritte è praticamente infinito, può capitare di sentirsi sussurrare con astio, passeggiando su una strada qualunque, di tenere la destra, per evitare ingorghi di passanti, e pazienza che non c’è nessuno, è una buona regola per quando le persone arriveranno. Ogni minuto di ogni giorno è assorbito dall’esigenza di evitare che accadano fatti inaspettati, fuori controllo, sbavature rispetto al perfetto disegno immaginato.” Insomma, un festival di luoghi comuni basati su un’idea della Germania semplicemente vecchia e datata
La questione ha interessato anche l’ex corrispondente a Berlino del Corriere della Sera, Paolo Lepri, il quale scrive che “se il lutto non concede consolazioni, l’analisi dei comportamenti «sociali» che hanno circondato la vicenda di Lubitz non può fermarsi di fronte alla “giustificazione dell’imponderabile” ed invita, allora, la società tedesca ad un esame di coscienza in quanto “colpevole” di non riconoscere l’errore umano. La Germania dovrebbe fare autocritica perché Lubitz è riuscito ad aggirare il perimetro consueto delle norme in vigore (e qui sarebbe la responsabilità tedesca, la pensa allo stesso modo il Giornale). Insomma, conclude Lepri, “questa enorme tragedia finirà per confermare, e non contraddire, molti stereotipi sulla Germania. Non sempre giusti, ma spesso veri.” Eppure non si capisce bene perché un errore umano, singolo, estremo, dovrebbe essere elevato a simbolo dei limiti presunti di un popolo. Una risposta ce l’ha il Giornale, secondo cui se Schettino è un semplice pirla, Lubitz è ovviamente “un freddo e lucido assassino” perché l’immagine dei tedeschi deve fermarsi sempre a quella degli anni trenta e quaranta dimenticandosi che la società tedesca è molto cambiata negli ultimi due decenni e si è molto modernizzata ed è tra quelle europee in maggiore evoluzione sociale e culturale come dimostrano, ad esempio, tutti i dati della presenza di stranieri integrati nella Repubblica Federale Tedesca. In realtà, in Italia, ogni volta dobbiamo richiamarci, inspiegabilmente, ad una eccezionalità tedesca che ci auto-creiamo, quasi fossimo ossessionati, e che ci fa anche molto comodo. Continuiamo a giudicare i tedeschi, a rinfacciare loro un’inesistente convinzione di essere i primi della classe, ma non ci sforziamo per nulla di comprendere e capire un popolo con il quale abbiamo molto da condividere.
twitter@uvillanilubelli

Potsdamer Platz: Germania, Europa

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